Cocciante cantava “se stiamo insieme ci sarà un perché”. Aspettava, cantando, una risposta che sarebbe dovuta arrivare quella sera. Per inciso: lui era già stato lasciato e la coppia già non era più coppia. Ma del resto, del testo di quella canzone non ha mai importato a nessuno. Per questo nessuno ricorda le parole. Il refrain invece lo cantiamo tutti. Quel perché che unisce una coppia. Nonostante. La vita che passa, le esperienze che ci cambiano e cambiano, il desiderio di altro. Più nuovo, affascinante, fresco, curioso. Più. Esiste un libro con lo stesso titolo della canzone di Cocciante. Un decalogo per essere felici in coppia. Istruzioni per l’uso.

La felicità, si sa, è sfuggente. Quel perché rimane in sospeso. Chi mai riesce ad afferrarlo.

C’è una coppia di una certa età. Ogni giorno della settimana, esclusa la domenica, per tutto l’anno, esegue lo stesso rituale. Al mattino. Sempre lo stesso. Sempre loro due insieme. In due prendono il carretto e lo portano in piazza. Poi montano lo stand pezzo per pezzo. A vederli sembra tutto molto facile. Probabilmente tutto è collaudato da anni. Per agganciare la tenda lei sale su uno sgabello e lui le passa il palo. Lei lo tiene fermo, sospeso, nel centro. Nonostante l’età lei è forte e decisa. Lui passa da una parte all’altra e il palo è fissato. Dispongono insieme le cose sul piano. I cartelli con la merce in vendita li appendono alle volte lei, altre lui. Durante l’allestimento il quotidiano è aperto sul carrettino. A turno, leggono le notizie. Ad alta voce. Lui o lei, a seconda, si accosta e commenta. Le loro teste bianche si avvicinano e poi non si distinguono più. A vederli, ogni giorno, nella loro quotidiana routine, è visibile, palpabile, la sintonia fra loro, un essere due che è anche essere uno. Una sinfonia carnale.

La seconda coppia ha visto passare più anni della prima. Lui è il mio vicino di banco alla messa feriale. Io ci vado ogni tanto, lui tutti i giorni. Il nostro banco è quello per chi ha difficoltà di orecchio. Ci sistemiamo, lui davanti e io dietro, in prossimità dell’altoparlante. Lui gli si avvicina, si attacca quasi, solo quando ci sono le parole del Vangelo. Le parole che ritiene più importanti. A ragione. Lui arriva in chiesa prima dell’inizio, decisamente prima. Lei arriva dopo. Lui entra dalla porta laterale di sinistra, lei da destra. Quando arriva lei la messa è già iniziata e si sente forte il tonfo del portone. Si capisce che è lei anche senza voltare lo sguardo. Di fatto lui non si gira. Il vibrare della pedana di ferro, che fa scorrere le rotelline del rollatore di lei, arriva fino a noi. Lei rimane nella bancata di destra per il resto della messa. Si ricongiungono dopo la Comunione, quando lei prende posto vicino a lui. Allora lei lo affianca e si gira verso di lui. Alza lo sguardo e lo saluta con dei bellissimi occhi azzurri velati dal rimmel.

La terza coppia è più giovane. Non ho idea se siano sposati. Diventano coppia verso sera. Non so come passino le giornate. La loro casa è di due metri quadrati. Viene allestita in pochi minuti, ogni sera poco dopo il tramonto. Se non fosse per la tragicità della loro condizione di senza tetto sarebbe un reality che potrei seguire con interesse. Incredibile come un anonimo angolo di galleria si possa trasformare in una camera vera e propria. Accogliente e dignitosa. Due letti con cuscino e piumone, biancheria e accessori. La gente ci passa davanti. Quel momento che conosciamo come imbarazzante. Per fermarsi bisogna avere il coraggio di confrontarsi con la povertà. Lei chiama tutti. Prova a conversare con tutti. La sua lingua è foneticamente incomprensibile ma comunicativamente efficace. Fermarsi è un guadagno. In simpatia e amicizia. Ci può essere amicizia fra una senzatetto e chi di tetti ne ha molti più di uno? Dico, si riesce a stare in bilico fra due mondi così diversi? Mentre lei si dona nella relazione, lui aspetta davanti alla chiesa lì vicino. Accenna alla sua condizione porgendo la mano a conchiglia. Poi raggiunge lei. Nel loro “open space”.

Non si può prendere senza dare. Non si può stare al mondo senza partecipare.

C’è la quarta coppia. La mia. Metà della vita insieme che spero ci sia. Sarebbe bello festeggiare il cinquantaduesimo anniversario. Arrivare alla meta fra alti e bassi. Come abbiamo fatto finora per ventisei anni. Eppure non c’è un motivo apparente per stare insieme. Per il bisogno di compagnia, per il bene dei figli, per una promessa davanti a Dio, per avere qualcuno con cui programmare il futuro? Niente di tutto questo concretizza quel perché. Perché quel perché è inafferrabile e si fa intravedere nella confidenza, nella condivisione, nella sintonia, negli sguardi. Delle altre coppie. Brevi momenti. Lampi di comprensione. Banalmente. Le piccole cose che rivestono l’amore.