Dal 1987 a oggi 3.300.000 studentesse e studenti si sono spostati in giro per tutta Europa per un periodo di studio universitario. Fra questi ci siamo anche noi, mio figlio ed io. Non vorrei piccarmi troppo, ma sono quasi sicura di essere fra le prime 50 mamme europee che hanno fatto l’Erasmus e che lo vedono fare a un figlio. Sono molto orgogliosa di ciò.

I dati della mobilità Erasmus sono impressionanti. Nel 2013-2014 si sono spostati 272.497 giovani, di questi 26mila sono italiani, 36mila sono tedeschi, altrettanti sono i francesi e il record lo batte la Spagna con 37mila studenti in mobilità. Un bel dato: il 61% sono donne ma si sa, le ragazze studiano di più, si laureano di più, viaggiano di più (da non dimenticare che la stessa ideatrice del programma Erasmus è stata una donna: la spagnola Sofia Corradi). A guardare bene i dati (le slide sono quelle ufficiali della Commissione Europea) viene da pensare che se andiamo avanti con questi numeri l’Italia, la Germania, la Spagna e la Gran Bretagna presto non avranno più segreti. Sono talmente tanti le e i giovani che si spostano, soggiornano, vivono, s’innamorano in questi paesi che le culture si avvicineranno sempre di più (la chiameremo probabilmente e finalmente “cultura europea”). Le “coppie Erasmus” (unioni nate durante gli scambi) non si contano più, sono talmente tante da aver fatto nascere un milione di bambini (dato sbandierato dalla stessa Commissione Europea ma oggettivamente poco credibile. Sarà sicuramente un numero consistente ma probabilmente non così alto).

Nel 1991 eravamo ancora in pochi a ricevere le borse di studio. L’Erasmus era qualcosa di nuovo, ancora tutto da scoprire. La massa di studenti universitari ancora non lo conosceva, altri lo snobbavano e preferivano i vecchi soggiorni linguistici. Chi partiva e faceva l’esperienza in Erasmus capiva e sperimentava che il tempo dell’Erasmus nulla aveva a che fare con il classico corso di lingua in Inghilterra. L’Erasmus era, ed è, un’esperienza unica: per la possibilità di scoprire il mondo, per la ricchezza delle relazioni con persone diverse, per l’occasione di mettere alla prova la capacità di adattamento e di sviluppare quell’incredibile meccanismo chiamato curiosità. In un vecchio comunicato stampa del 1994, trovo che le domande dell’anno accademico 1991-92, il mio anno di Erasmus, erano state 73mila con un incremento rispetto all’anno prima del 33%. Sempre nel comunicato si sostiene, quasi con timidezza e con un velo d’insicurezza, che probabilmente i dati sarebbero stati destinati a crescere e che la Commissione avrebbe continuato a investire. Certo, chi poteva prevedere un incremento del 372% nel giro di 20 anni? Neppure gli europeisti più ottimisti!

Cos’è cambiato in questi 24 anni? In parte, bazzecole.
A noi la mamma chiamava una volta alla settimana sul telefono fisso di una “WG" (Wohngemeinschaft) per vedere se era tutto a posto e se ci si comportava bene. Ora con skype la mamma si aggiorna in tempo reale su apprendimento linguistico ed esami. Ai tempi si mandava a casa una lettera al mese e qualche cartolina agli amici, oggi arrivano le immagini live e non-stop. Allora la burocrazia era nulla (ricordo di aver compilato un unico modulo e di averlo consegnato al professore subito dopo un esame), mio figlio ha girato un paio di mesi con una cartelletta piena di carte finché ha avuto le firme necessarie. Allora per chi andava, la borsa era consistente e si viveva alla grande, oggi quei soldi bastano solo a pagare la stanza ed il resto lo sborsano i genitori.
Dall’altra, è cambiato il mondo.
Ai tempi dovevamo occuparci di far star bene e far sentire “in Europa” le compagne delle università dell’ex DDR e la più grande preoccupazione erano i fatti che stavano succedendo nella ex-Jugoslavia. Insomma, per noi, i genitori avevano poco di cui preoccuparsi. Mio figlio è partito poco dopo l’uccisione di Giulio Regeni. I fatti si conoscono. Pochi mesi prima, in autunno ci sono stati gli attacchi terroristici di Parigi e fra i morti, quanti i giovani che avevano fatto dell’Europa la loro casa? Da madre, come non sentire l’apprensione? A noi l’Erasmus bastava, ora l’Erasmus è solo l’inizio di tanti soggiorni, alcuni definitivi. Noi si tornava a casa, per loro la casa è ovunque. Per noi il mondo era l’Europa, ora l’Europa è solo una piccola parte del mondo. Abbiamo desiderato abbattere i confini e mandiamo in giro i ragazzi affinché si sentano a casa ovunque, ma poi scopriamo che il mondo (perlomeno una parte) non li considera suoi ragazzi. Li abbiamo educati alla democrazia e alle pari opportunità, ma poi abbiamo scoperto che parte del mondo questi nostri principi non li condivide e i nostri ragazzi si ritrovano davanti a realtà di intolleranza e assolutismo. Abbiamo educato pacifisti in un mondo che è praticamente in guerra: sapranno confrontarsi con tutte queste differenze senza perdere i valori su cui abbiamo investito in questi 30 anni? Questa sarà la prossima sfida dell’Erasmus.

Autora

Olimpia Rasom
Redadora

Cresciuda te Fascia, vive a Busan con chi de ciasa. Me piasc scriver de fémenes, contar sia stories, cognoscer sia vites. Da canche é scomenzà mia enrescida per l dotorat su la eles ladines, no é più lascià lò de scriver con eles. Mete adum ence documentars e reportage per la tv, no demò su la fémenes, e mete a jir picola enrescides e evenc.

Nata e cresciuta in val di Fassa, ora vivo a Bolzano ... >>

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