Il 28 marzo di quest’anno Teresa compie 500 anni. Un bellissimo traguardo. Certo lei non è più fra noi ma i suoi libri lo sono e sono più che mai vivi. Parliamo di Teresa d’Àvila oppure, come decise di farsi chiamare lei, Teresa di Gesù, che durante la sua vita scrisse molto, per quei tempi – siamo nel 1500 - moltissimo. Teresa ha raccontato con la penna la sua vita, il suo percorso spirituale, ha dato consigli e confidato i suoi desideri. Teresa ha avuto una vita lunga e intensa. La salute non le è sempre stata compagna fedele eppure ha avuto quel tanto da poter fare ciò che sapeva di dover fare. Sappiamo di lei che era una donna simpatica, ironica, amante del buon conversare, intelligente e arguta.
Teresa trascorre gran parte della giovinezza in convento con stile e modi che poi lei definirà poco vicino a Dio: troppo chiasso, tante chiacchiere, molte discriminazioni (le carmelitane di famiglia ricca potevano portare con sé pure la servitù). Poco prima dei 40 anni riscopre l’amore di Dio e rivoluziona il suo mondo e quello di molte altre: rifonda il suo ordine edificando numerosi monasteri, lo fa confidando nella provvidenza e nella sua capacità di dialogare, mercanteggiare, tenere i giusti contatti. Scrive cose che una donna non aveva mai scritto prima e non avrebbe mai potuto permettersi di scrivere, proprio in quanto donna (una donna scrivere di Dio, per quei tempi, mioddio che assurdità!) facendo credere a tutti che lo fa per obbedienza mentre invece lo faceva per Dio e per tutte le altre donne. A causa dei suoi scritti Teresa visse gran parte della sua vita con la paura di essere inquisita e di finire sul rogo. Ciò che lei scriveva (ma anche il semplice fatto che scrivesse) fu considerato molto vicino all’eresia. Teresa amava la vita e probabilmente avrebbe accettato la morte solo per seguire il disegno di Dio (ma per lui fu sicuramente più fruttuoso che lei si occupasse di riformare i conventi delle carmelitane le cui regole nel tempo si erano talmente ammorbidite da non rispecchiare più l’intento dei primi fondatori).
Teresa più si legge e si studia (leggete il libro di Rosa Rossi per capire bene la figura e il portato) e più piace. Cose e pensieri che ora possono sembrare scontati, a quei tempi non lo erano affatto, ancora oggigiorno fanno riflettere non poco. Parliamo per esempio della preghiera e del contatto con Dio. Teresa pone ciò su un piano di relazione. Scrive nel “Libro della mia vita” nel 1560: “Per me l’orazione mentale non è altro se non un rapporto di amicizia, un trovarsi frequentemente da soli a soli con chi sappiamo che ci ama”. Fa diventare la preghiera un luogo silenzioso, qualcosa di intimo dove la lingua parlata può e deve essere utilizzata per parlare con Dio (ma anche di Dio). Teresa amava e sapeva di essere amata da Gesù e per stare con lui si raccoglieva in silenzio, lasciando che fosse lui a farle visita, senza forzature o inutili esercizi. A quei tempi si utilizzavano le preghiere confezionate e si stavano diffondendo gli esercizi spirituali di Ignazio di Loyola, tutto rigorosamente in latino. Teresa apre invece alla lingua materna. Insomma, se parliamo con un amico d’infanzia, certamente non gli parliamo in una lingua che né lui ne noi comprendiamo ma sicuramente nella lingua che abbiamo imparato da piccoli e che usiamo quotidianamente. Non era rivoluzionario questo?
Rosa Rossi definisce Teresa più che una rivoluzionaria, una dissidente, intendendo il posizionarsi in atteggiamento d’indifferenza nei confronti dei contenuti dogmatici, cercando di non entrare in collisione frontale con le strutture di potere, e nel contempo mantenendo la fermezza di proseguire per la propria strada, che per Teresa era la possibilità di sperimentare nuove vie di “esperienza interiore” e possibili “avventure dell’anima”. Non bisogna qui farsi ingannare: Teresa riesce a mettere tutto su un piano pratico, comprensibile, applicabile, anche le estasi e le visioni che aveva: vedeva gli angeli, parlava con Dio, lo sentiva “così vicino che dal movimento delle labbra” lui poteva intendere le parole che lei diceva. Sono molte le raffigurazioni nell’arte delle sue visioni (famosa l’estasi di Teresa ad opera del Bernini nella chiesa di Santa Maria della Vittoria a Roma) anche se non rendono affatto l’idea della donna che Teresa era: indomita e nello stesso tempo in ascolto della parola di Dio, anche attraverso gli uomini (spesso confessori) e le donne che le furono affianco nell’avventura della sua vita.
Famosa la sua amicizia con Giovanni della Croce che lei ammirava per la capacità di vivere pienamente nello spirito di Dio ma anche l’amicizia con molte donne che desiderose come lei di rivedere la regola carmelitana le diedero man forte nella sua impresa. Non è difficile, leggendo gli scritti di Teresa, immaginare lei e le sue amiche percorrere strade assolate, dormire in capanne o ricoveri di fortuna, aprire nuovi conventi in case malandate, rinchiudersi dentro perché la popolazione non le desidera e gli uomini provano a cacciarle dal paese. La nuova regola delle carmelitane prevedeva l’abbandono di molti agi (fra le prime cose Teresa aveva inserito l’uso di semplici calzari e un abito senza fronzoli) e la sopravvivenza doveva essere garantita solamente dal lavoro manuale e dalla carità (e non più grazie alle doti che ciascuna donna portava al convento com’era consuetudine presso i calzati). Questo creò non poco scompiglio nella società di allora perché nessuno era più intenzionato a prendersi in carico le monache nei conventi. Teresa proseguì nell’intento riformatore e tenne duro: le carmelitane scalze ancora oggi, a distanza di 500 anni, vivono di carità e dei propri prodotti.
Teresa divenne santa nel 1622 e prima donna, con Caterina da Siena, è nominata dottora della Chiesa nel 1970. Una rivincita forte per Teresa che ai suoi tempi fu definita una “femmina disobbediente e vagabonda” oltre a dover difendersi da accuse spesso infamanti; un riconoscimento poi per lei e per tutte le donne che hanno avuto e hanno ancora oggi il coraggio di “dissidere”, con l’intelligenza e con il cuore, come Teresa.

Autora

Olimpia Rasom
Redadora

Cresciuda te Fascia, vive a Busan con chi de ciasa. Me piasc scriver de fémenes, contar sia stories, cognoscer sia vites. Da canche é scomenzà mia enrescida per l dotorat su la eles ladines, no é più lascià lò de scriver con eles. Mete adum ence documentars e reportage per la tv, no demò su la fémenes, e mete a jir picola enrescides e evenc.

Nata e cresciuta in val di Fassa, ora vivo a Bolzano ... >>

Foto Elisa Capellari