In vacanza a Zagabria mi tocca mediare con mia figlia le cose da vedere. Lei viene con me al museo archeologico così vediamo dal vivo la colomba di Vucedol (un preziosissimo oggetto della cultura diffusa nell’età del bronzo in quest’area interessantissima dal punto di vista archeologico), io andrò con lei a vedere il museo dei cuori infranti. Una promessa è una promessa. Di questo museo originale avevo letto su qualche rivista di viaggio ma non mi ero fatta grandi pensieri. Troviamo subito l'edificio, su nella parte vecchia della città, entriamo e prendiamo i biglietti d’entrata. Riceviamo delle fotocopie e stiamo già guardando il primo oggetto. Mi chiedo chi, nell’era del digitale, legge ancora fotocopie visitando un museo ma queste sì, si leggono, anzi si divorano. Il museo dei cuori infranti (la parola “museo” è fuorviante ma probabilmente non ce n’è un’altra, bisognerebbe inventarla, oppure piano piano diventerà la parola per dire i musei che raccontano le cose in modo diverso) è particolare, non è banale, non è sdolcinato come potrebbe sembrare dal nome, è delicato e a tratti anche molto commovente. Fa pensare all’amore in tutte le sue forme. C’è tanto amore filiale, materno e paterno; molto affetto fraterno e “sorerno” (si può?); naturalmente parecchio eros. In sintesi, la filosofia di questo museo: chi viene lasciato invia al museo (ce ne sono diversi in tutta Europa ma quello di Zagabria è il primo e l’originale) un oggetto con annesso il racconto scritto di quella storia di amore e abbandono. Alcune storie sono divertenti (la mia preferita: il sudamericano, vero latin lover, che quando lascia la ragazza di turno nella tappa del suo viaggio europeo, regala per ricordo una statuetta della Madonna, finché l’ennesima ragazza abbandonata scopre che nella valigia, lui ne ha una collezione intera di quelle madonnine!). Altre sono tristi (i deliziosi vestiti della madre morta dopo 40 anni di malattia, al quarantesimo compleanno della figlia); altre ancora malinconiche, altre solo curiose. Un museo da vedere perché fa riflettere su ciò che vogliamo raccontare ai posteri della nostra vita, di ciò che siamo e siamo stati perché, oltre a ciò che abbiamo inventato e cambiato (nel bene e nel male), anche raccontare come abbiamo amato, non è una brutta idea. Tutt’altro.

Autora

Olimpia Rasom
Redadora

Cresciuda te Fascia, vive a Busan con chi de ciasa. Me piasc scriver de fémenes, contar sia stories, cognoscer sia vites. Da canche é scomenzà mia enrescida per l dotorat su la eles ladines, no é più lascià lò de scriver con eles. Mete adum ence documentars e reportage per la tv, no demò su la fémenes, e mete a jir picola enrescides e evenc.

Nata e cresciuta in val di Fassa, ora vivo a Bolzano ... >>