E' una sera di febbraio. Aspettavo ospiti a cena, ma a causa di una fitta nevicata che ha bloccato le strade non possono arrivare. Ho cucinato tutto il pomeriggio e ora, con semifreddo in freezer e cibo in forno, sono delusa; accendo il computer in cerca di distrazioni e leggo articoli di viaggi a caso. Ne trovo uno breve e non in evidenza che parla della Bulgaria; non descrive molte cose e altre non le capisco: la Bulgaria profuma di sconosciuto e di avventura.
Così 10 minuti dopo aver letto l’articolo ho in mano un biglietto per Sofia con partenza a primavera. Si riconferma ciò che io ho imparato in Asia, ma che tutti imparano ovunque: “Non c’è un male che non sia un bene” e la vita è come reagiamo agli eventi, non gli eventi in sé. Una cena mancata è diventata quindi un economico e misterioso biglietto per la Bulgaria (e devo ammettere che non sono sicura di quali siano i confini, quindi dopo l’acquisto apro anche l’Atlante per capire dove andrò).
Sofia mi accoglie fra presente e futuro, fra religione e qualcosa nell’aria che non assomiglia alla religione nemmeno un po’. Questo tratto dissacrante della Bulgaria lo capirò in seguito, fuori dalle città principali, quando mi ritroverò fra monasteri e sexy shop. A Sofia imparo subito a fidarmi della cucina bulgara, ma soprattutto delle sue materie prime, le verdure cucinate in ogni modo sono squisite e il piatto nazionale è un’insalata.
Qui però scopro anche che non ti puoi fidare nemmeno dell’ufficio turistico. Le tasse vanno tutte alla capitale e, sia per motivi di apparenza sia economici, tutti vogliono tenersi i turisti lì. Così all’ufficio turistico di Sofia mi viene detto che, attraverso la Bulgaria non si può viaggiare se non con tour organizzati: a quanto pare ci sono le montagne e gli autobus non possono passarci attraverso. Ora mi chiedo: “Ma avete presente dove abitooo?” C’è sempre un mezzo per arrivare dall’altra parte della montagna e i tornanti non ci spaventano di certo. In ogni caso non potrà mai essere peggio delle Ande peruviane.
Così vado a una stazione degli autobus e anche qui scoprirò cose curiose: in ogni luogo ti possono fornire solo gli orari di partenza, ogni città pensa a sé, tutto sembra scollegato.
Arrivo a Veliko Tarnovo a nord, il freddo e il vento provano a distruggermi e mi faccio a piedi una lunga strada in salita fino a Arbanasi, un paesino antico e poi una volta tornata a Veliko sotto la pioggia trovo un taxi per un monastero. Nel vento più gelido non mi perdo di certo l’imponente fortezza, un incanto, soprattutto verso sera.
Le ragazze qui sono tutte curatissime e io, stanca morta, i miei pantaloni sportivi e il mio zaino risaltiamo in questa città dove al momento gli unici stranieri sono maschi.
Ma non mi importa perché i monasteri dei dintorni mi hanno conquistata, ma ancora di più lo ha fatto la chiesa della Natività di Arbanasi, che ho faticato a trovare perché si confondeva con le case. L’ho trovata chiusa, ma ormai ero determinata a visitarla quindi ho trovato la persona che mi ha consegnato le chiavi e… BOOM! In questo Paese dai mille contrasti due sassi esterni rinchiudono l’affresco più variopinto, emozionante e spettacolare che io abbia mai visto. Mi lasciano qui da sola. Sento solo il vento e la vera energia di questo posto. Sono circondata da meraviglia. Mi commuovo. Richiudo la porta. Riconsegno la chiave.

Autora

Luisa Bertacco
Colaboradora

Stae a Poza, te Fascia. Do na laurea en scienzes internazionales e diplomatiches e n master par ensegnar talian ai foresc ades fae jir en garni con mia sor e ensegne talian ai migranc che vegn te nosce val. Me piasc lejer e viajar, ogne neva cultura che scontre, ogne post nef olache vae. Adore magnar coche ven magna alò e balar che che se bala alò e, se son te n post desché volontadiva... >>