Qualche anno fa ho fatto un viaggio in Cambogia. Se ci penso ora, quello che mi si è impresso dentro non sono i meravigliosi templi di Angkor Wat e nemmeno le fosse comuni ancora piena di scheletri dal periodo della dittatura.
Ciò che da questo viaggio mi si è sistemato nel cuore e non ne è più uscito sono gli occhi. Gli occhi della Cambogia. Non so come sia ora, ma a quei tempi i turisti si fermavano tre giorni ad Angkor Wat e poi ripartivano per il Vietnam o la Thailandia. Di conseguenza, al di fuori di questo sito turistico, i cambogiani non erano abituati a vedere gente che va in giro con un grande zaino in spalla.
Di due momenti mi ricordo in particolare come se fosse oggi.
Un giorno stavo passeggiando per una piccola cittadina e si è fermato accanto a me un ragazzo in motorino. Il ragazzo mi ha parlato di una scuola per bambini malati di AIDS appena fuori città e mi ha detto quanto bisogno avessero questi bambini di praticare un po’ l’inglese.
Non so cosa mi sia saltato in mente e ancora oggi ringrazio che non sia successo nulla, ma sono salita sul suo motorino e mi sono fatta portare dai bambini. Solo che “appena fuori città” si è rivelato essere 7 km lontano da lì e durante il viaggio fra le campagne ho iniziato a spaventarmi. Ho detto al ragazzo che in Italia non sarei mai salita sulla moto di una persona che non conosco, ma lui mi ha risposto che era buddista e che non dovevo preoccuparmi. A dire il vero non mi è sembrata una gran garanzia, ma ormai mi trovavo in quella situazione.
Alla fine siamo arrivati alla scuola che esisteva veramente e davvero ho potuto parlare un po’ in inglese con questi bambini ed è stato davvero bello, anche perché così, in questo modo, ho potuto vedere come si vive nelle campagne, in un villaggio che altrimenti non avrei mai raggiunto.
Appena finito di parlare con i bambini, il ragazzo che mi aveva portata lì mi ha nuovamente caricata sul suo motorino e sono stata riportata precisamente nel posto dove ero stata prelevata. E qui arriviamo agli occhi.
Questi bambini che mi guardavano come se avessero sete di imparare, questi occhi che ti entrano nel profondo. Gli occhi di questo ragazzo che mi hanno guardata con una semplicità e una purezza tali che non ho potuto far altro che fidarmi.
Da poco ho visto un documentario dal titolo “DERT”. Dert è una parola serba che serve a spiegare quando la bocca sorride, ma nel fondo degli occhi si possono leggere dramma e tristezza.
Questo si vede negli occhi dei cambogiani, si vede una dittatura che li ha annullati e si vede la voglia di ricominciare, la voglia di non pensare a ciò che è stato, ma a ciò che sarà.
Gli altri occhi che mi ricordo sono quelli di Bhikkhu. Appena arrivata a Phnom Penh mi sono subito resa conto che, come sempre, una grande città non fa per me perché non mi dà la possibilità di conoscere e vivermi la gente e la cultura. Così sono venuta a sapere di un monastero buddista un po’ fuori mano e mi sono fatta portare lì da un’ape-taxi. L’autista proprio non ne voleva sapere di lasciarmi lì da sola e dopo varie insistenze sul fatto che mi sarei arrangiata in qualche modo, mi ha lasciato 3 bottiglie d’acqua ed è ripartito.
C’era un sole bollente e quell’acqua mi è servita tutta dal momento che per una buona mezz’ora il monastero mi è sembrato abbandonato. A un certo punto ho incontrato un monaco che non parlava l’inglese e, senza che io riuscissi a capire cosa stesse succedendo mi sono ritrovata con una monaca donna che mi ha portata in una celletta fatta di sasso e mi ha lasciata lì.
E lo ricordo come fosse ora. Non riesco a capire cosa stia succedendo, ma deduco che pensino che mi fermerò lì a dormire. Non era nei miei programmi, ma penso che se è andata così, così doveva andare e quindi comincio a disfare lo zaino. Niente zanzariera e un piccolo materasso in terra e io, che davvero in questo momento sono la persona più confusa del mondo e non so più se ridere o piangere per la situazione in cui mi sono di nuovo cacciata. Dopo un po’ torna la monaca e mi porta dove tutti, monache e monaci, stanno mangiando, mi insegna a salutare il Budda, mi fa riempire il piatto con la mia cena e io ancora non capisco. Riescono a dirmi in qualche modo che hanno chiamato dalla città un monaco che parla inglese e allora penso che nemmeno loro hanno capito cosa ci faccio lì e io in fondo sono lì per…curiosità allo stato puro! Ma come faccio a spiegare loro che pensavo di tornarmene a Phnom Penh?
E qui arriva Bhikkhu, il mio interprete che pensa di dovermi insegnare a meditare. Io ormai li lascio fare anche perché sono talmente stravolta che non ho più la forza di spiegare che ero lì solo per vedere come funziona un monastero buddista.
Vengo portata in una grande sala dove tutti i monaci vestiti di arancione sono a destra e tutte le monache in bianco a sinistra. Mi sistemano al centro davanti a tutti e , per un’ora ho il privilegio che il monaco capo di tutta la comunità mi spieghi cos’è la meditazione e il mio nuovo amico Bhikkhu mi traduce tutto e ci aggiunge anche del suo. Dovrei rimanere lì concentrata, ma il mio traduttore se ne esce con discorsi del tipo “La meditazione è un momento in cui ci si stacca dal mondo e non pensi più a nient’altro che il tuo respiro…ma non sempre è vero, io a volte finisco a pensare a cosa mangerò per cena.”
E anche qui tornano gli occhi, gli occhi di tutta questa disponibilità a spiegarmi il segreto dello star bene, del guardare avanti anche se un futuro non si riesce a vederlo, del godersi il Presente. Alla fine mi sono fermata al monastero 3 giorni, mangiata dalle zanzare, senza capire nulla e stanca morta perché sono anche stata “interrogata” sulla meditazione e ho dovuto star ferma un’ora davanti a tutti e poi mi è stato fatto l’elenco di dove avevo sbagliato, ad esempio avevo mosso un sopracciglio oppure avevo deglutito.
Altri occhi sono quelli del mio amico traduttore Bhikkhu, giovane, avrà al massimo 18 anni, si è fatto monaco per poter studiare e ha grandi sogni come è giusto che sia. Lui è arrivato dopo la dittatura, ma manca tutta la generazione che gli avrebbe dovuto spiegare le cose, una generazione intera è stata sterminata e i libri bruciati, dunque questi giovani si sono ritrovati a dover imparare da soli cose che altrimenti sarebbero state tramandate di generazione in generazione.
Ad esempio sul giornale di Siem Riep era stato scritto in quei giorni che due piccoli bambini poveri si erano attaccati a una mucca a cercare latte e nutrimento e la notizia era che il latte della mucca si potesse bere. Tutti quelli che avrebbero potuto spiegare ai giovani questa cosa erano morti, uccisi dalla dittatura.

Ma torniamo agli occhi di Bhikkhu, curiosi come non mai, vuole sapere cosa sto leggendo, cosa faccio, come sto; occhi affamati di mondo, occhi che vogliono imparare, occhi luminosi, occhi che, anche se non hanno visto la dittatura hanno dentro il DERT, la malinconia, il dramma, ma con un sorriso che riempie la faccia e uno spirito aperto e pieno di amore.

Autora

Luisa Bertacco
Colaboradora

Stae a Poza, te Fascia. Do na laurea en scienzes internazionales e diplomatiches e n master par ensegnar talian ai foresc ades fae jir en garni con mia sor e ensegne talian ai migranc che vegn te nosce val. Me piasc lejer e viajar, ogne neva cultura che scontre, ogne post nef olache vae. Adore magnar coche ven magna alò e balar che che se bala alò e, se son te n post desché volontadiva... >>