La storia del turismo in val di Fassa è ricca di racconti, esperienze e vissuti. Sono tante le storie che ci sono state raccontate e che sono diventate parte di noi e della nostra storia. La donna è presente lungo tutto l’evolversi del turismo fassano e il suo contributo è stato determinante tanto quello maschile. Non si pensi solo agli ambiti che per tradizione le sono più vicini, come quello della cura e dell’ospitalità; fin dall’inizio la donna ha saputo anche essere imprenditrice.
La possibilità di trasferire in ambienti pubblici competenze ben collaudate in ambito familiare, seppur con le tante difficoltà iniziali, ha sicuramente facilitato l’entrata delle donne nel settore turistico. Alcune di esse però non si sono accontentate di accogliere con cordialità, gestire le esigenze, cucinare o pulire i panni, esse hanno saputo, con spirito che oggi diremo manageriale, gestire personalmente quel poco di cui disponevano, trasformandolo nel corso dei decenni in un considerevole capitale.
I fattori che hanno portato a ciò sono diversi e dovrebbero essere oggetto di studi più approfonditi. È evidente però che la donna fassana, le pioniere in primis, siano state molto coraggiose e abbiano avuto la prontezza di seguire l’intuito. Coloro che riuscivano a vedere nel turismo una possibilità per uscire dalla povertà e dall’indigenza, queste ce l’hanno fatta. Le cose non sono state facili, soprattutto i primi tempi, gli inizi del Novecento, e in particolare nel periodo durante le guerre. Gli anni ’60 hanno dato fiducia e il boom degli anni ’80 e ’90 ha permesso alle donne fassane di sentirsi affrancate dalla povertà e alle nuove generazioni di scegliere percorsi di vita completamente nuovi rispetto alle madri e alle nonne.
In val di Fassa ogni famiglia ha una sua storia da raccontare. La zia che gestiva il bazar al passo Sella, la nonna che vendeva stelle alpine, la mamma che faceva la cuoca o la cameriera… molte, come chi scrive, hanno passato le estati dell’adolescenza a lavorare negli alberghi o nei rifugi o nei negozi di paese. Sono tutte storie legate fra loro da un filo: prima l’affrancamento dalla miseria e dalla fame, poi l’emancipazione sociale e culturale, infine la libertà di scegliere il proprio destino.
Questo primo sguardo sui vissuti femminili delle donne che hanno partecipato al percorso turistico della val di Fassa è solo un inizio di storia che merita di essere raccontata per l’impegno, il coraggio e la costanza di tante donne. Maria Piaz è la prima fra queste. È una donna che percepisce le opportunità che il turismo offre e promette per il futuro. Spenderà una vita per realizzare i suoi sogni e nonostante la sua vita non sia stata per nulla facile, Maria è riuscita nel suo intento. Per raccontare la sua storia e quella di tante altre donne all’interno dello sviluppo del turismo fassano, è necessario fare un salto nella val di Fassa di fine dell’Ottocento.

Miseria e stenti fino al 1900
Dal Medioevo al 1900 l’economia della val di Fassa è stata un’economia di sussistenza, in poche parole la gente era poverissima. La terra a queste altitudini non dà molto, i paesi che si adagiano sul fondovalle distano dal livello del mare dai 1200 ai 1500 metri. Per secoli a tavola si metteva il cavolo, il pane si faceva con la segale e la minestra con l’orzo. Le patate cominciano a essere coltivate solo all’inizio dell’800, soppiantando fave e rape. L’alimentazione è sostanzialmente questa, insieme alle poche proteine sotto forma di formaggi o carni.
A causa di carestie o alluvioni o tempo inclemente, la situazione è spesso drammatica. Per malnutrizione e malattie muoiono moltissimi infanti e bambini. La situazione delle madri non è migliore: la morte per emorragie da parto o infezioni è frequente. Lo storico Richebuono ci racconta che a Moena nel 1807 muoiono di vaiolo 90 bambini di età compresa da 0 a 6 anni. Sempre a Moena, nel 1700 moriva un terzo dei nati nei primi mesi di vita, la metà raggiungeva la pubertà e le donne che morivano di febbre puerperale era moltissime (Richebuono 1992).
Le donne di montagna hanno avuto vita dura ma è un’eredità che raccolgono da secoli. Secondo le leggi e gli ordinamenti medievali, la donna rimaneva per tutta la vita sotto la tutela di un maschio, padre, marito o fratello. I documenti portano un nome di donna solo se questa è portatrice di dote.
Fra il 1573 e il 1645 molte donne fassane sono accusate di stregoneria. Alcune di queste (Orsola Lombarda, Maddalena Pilat, Cristina Zingo, Domenega Steffanona, Giuliana de Cristofel Gheta, Ana de Moriz) moriranno decapitate e bruciate, altre saranno condannate all’esilio e non potranno mai più rientrare in valle. Facile immaginare l’atmosfera di sospetto e accusa di allora. Anni veramente bui per tutti, per una donna ancora di più (Di Gesaro 1988).
Sempre secondo il Richebuono, nel 1700, a seguito delle missioni, i casi dei figli illegittimi erano rarissimi. Nel 1500 una madre in queste condizioni veniva sepolta viva e trapassata con un palo, ancora nel ‘900 era stigmatizzata e il figlio portava per tutta la vita il marchio di bastardo. Incesti, violenze e abusi, pur condannati all’interno della comunità, venivano perlopiù taciuti (Rasom 2015).

I Monti pallidi
Le Dolomiti prendono questo nome a seguito della scoperta da parte dei geologi. Prima erano per tutti le ‘Crepes Spavìdes’, pallide montagne e secondo una leggenda il risultato del lavoro di filatura del popolo dei silvani che potrà così abitare la val di Fassa. È la leggenda di ‘Lujor de Luna’, ragazza che non sopporta l’oscurità delle montagne del regno del padre, tanto da perire giorno dopo giorno. La leggenda racconta dell’incontro fra il re, padre di Lujor de Luna e il re del popolo dei silvani, piccoli uomini rimasti senza terra. I due fanno un patto, la salute dell'amata figlia a fronte della possibilità d’asilo del popolo dei nani.
Una notte di luna piena tutti i piccoli silvani escono dal bosco e raggiungono le cime più alte di tutte le catene di monti di quel regno, si posizionano da una parte e dall’altra delle valli creando un meraviglioso cerchio. Messi a raggiera iniziano a filare i raggi di luna, sempre più, sempre più, fino a farne degli enormi gomitoli che ballano nel cielo come stelle divertite. Infine, dopo aver filato, iniziano a tessere, tessere e tessere ancora.
Verso l’alba, sopra le montagne è steso un enorme drappo che come neve va a ricoprirle tutte illuminando la valle di un chiarore mai visto. Anche dopo che la luna fu tramontata non cambiò nulla, le montagne rimasero dello stesso colore della luna mentre Lujor de Luna rideva di felicità.

Le prime turiste arrampicano e raccontano le Dolomiti
Verso la metà dell’Ottocento si scopre la montagna, la possibilità di avvicinarsi a quelle cime fino allora rimaste inviolate e nel pensiero dei valligiani, inviolabili. Poi arrivano i geologi, i primi frequentatori della montagna che non appartengono al popolo locale. Il francese Déodat de Dolomieu scopre la formula delle pallide rocce (un sale doppio di calcio e di magnesio) e sarà da allora che le montagne prendono il nome “Dolomiti” e che i “Monti pallidi” rimarranno confinati nella leggenda.
Dopo i geologi è la volta dei naturalisti e poi degli alpinisti che arrivano dalla Germania, dalla Gran Bretagna perlopiù, viaggiano da soli o in gruppo e spesso accompagnati dalle loro compagne, sorelle o mogli. Ci sono anche donne fra queste che vogliono arrampicare.
Fra le prime a salire sulle cime della val di Fassa, dalla Marmolada al Catinaccio, dal Sassolungo al Latemar, alla fine del 1800 c’è May Norman-Neruda. La seguono altre scalatrici nel nuovo secolo: Mina Preuss, Käte Bröske, Maud Wundt, Beatrice Tomasson (Runggaldier, 2011).
Le Dolomiti interessano alle donne anche per gli aspetti più folclorici o etnografici. Le donne raccontano, studiano e analizzano. Amelia Edwards e Lizzie Tucket ci hanno lasciato delle belle testimonianze grafiche delle Dolomiti, ricordandoci com’erano a metà e fine Ottocento: la difficoltà negli spostamenti, gli alloggi poveri, il cibo non sempre eccellente, le caratteristiche dei valligiani… (Runggaldier, 2011).

Migrazioni
Nel 1806 Antonio Rizzi costruisce il primo albergo in val di Fassa. Dopo la metà del secolo ne seguono altri e nel frattempo aprono i primi rifugi in montagna per opera dell’Alpenverein austriaco e tedesco (D.u.Ö.A.V.). Il turismo di fine Ottocento però dà da mangiare a pochi.
In questo periodo si assiste a un primo massiccio fenomeno di emigrazione. Gli uomini sono ingaggiati stagionalmente come muratori e imbianchini stagionali (soprattutto in Austria, in Boemia ma anche in Svizzera). Integrano queste attività suonando e cantando alle sagre e alle feste (i fassani erano conosciuti come ottimi intrattenitori). I maschi partono in primavera e tornano in autunno. Le donne si devono occupare di tutto il resto. Anche le donne giovani e non sposate vivono un fenomeno migratorio, seppur più limitato. Alcune di loro vanno in servizio nelle case dei facoltosi mercanti bolzanini o negli alberghi di Merano; altre si spostano quotidianamente nei masi dell’Alto Adige per vendere fazzoletti e oggetti in legno, mestoli, recipienti e cose del genere.
La mia bisnonna Caterina era fra queste, così come un’altra Caterina, la madre di Maria Piaz. La bisnonna abitava all’inizio del paese di Vigo sulla strada per Bolzano, là dove il panorama sulla conca di Pozza si apre ed è bellissimo. Per chi allora tornava da Bolzano, naturalmente a piedi, significava essere arrivati a casa.
Appresso alla casa di Caterina, la bisnonna, c’era un crocefisso e una panchetta. Era un luogo dove le donne e gli uomini che tornavano dalle giornate di vendita al dettaglio si fermavano per riposare e riprendere le forze per l’ultimo tratto di strada. Mia nonna Vittoria, figlia di Caterina, ci raccontava spesso che le due Caterine sedevano sovente su quella panchetta dove conversavano del più e del meno, prima di tornare a casa e mettersi di nuovo al lavoro.
La stessa nonna Vittoria aveva percorso la strada per e da Bolzano, passando per San Valentino, quando lavorava come sarta a cottimo nelle case dei facoltosi commercianti bolzanini. Era molto orgogliosa quando raccontava che in pochi anni avevano guadagnato così tanto da potersi permettere l’acquisto di un appartamento. Cosa che non fece perché la madre le chiese di portare i soldi a casa e con quel denaro si costruì un piccolo albergo che poi divenne la fonte di sostentamento per diversi fratelli della famiglia. E il piccolo sogno di emancipazione della nonna Vittoria non si realizzò più.
Ci sono delle immagini che ci mostrano anche il lavoro come trasportatrici di oggetti fabbricati per i commercianti della Val Gardena. Per tutto l’800 la val Gardena ha avuto un’industria fiorente di oggettistica in legno con una distribuzione che andava oltre i confini dell’Impero. Se le testimonianze di donne che decorano il legno di cimbro in val Gardena sono numerose (Runggaldier 2006), in val di Fassa, per quanto ne so, non si ha alcuna documentazione fotografica o testimonianza. Si sa per certo che i maschi fassani invece lavoravano a cottimo per conto dei gardenesi una grande quantità di oggetti, le donne fassane probabilmente davano una mano nel trasportarle. Queste caricavano le gerle e attraversando l’Alpe di Siusi dalla val Duron, giungevano in val Gardena.

Femminile e maschile: i ruoli sociali
A cavallo dei due secoli gli uomini attivi migrano stagionalmente. Le giovani donne pure. Rimangono in valle le madri di famiglia che si devono occupare di tutto: dei figli, degli anziani, della casa, della stalla, dei campi. Tutto, in questi mesi, da aprile a ottobre, è in mano a lei. Che la donna abbia avuto un ruolo decisivo per la comunità fassana è fuori discussione.
Ulrike Kindl, conoscitrice del mondo ladino, in particolare delle leggende ladine (dove la presenza del femminile è molto forte), sostiene: “Che poi la donna abbia avuto un proprio ruolo, basti pensare all’assenza dei maschi per l’emigrazione stagionale una volta passato il tempo dell’aratura, o ancora prima nel tempo, per la transumanza, e ciò è innegabile. Era la donna che gestiva da quel momento in poi i campi, il bestiame e la famiglia. E per questo era, sicuramente, rispettata dagli uomini. A mio vedere, i ruoli erano ben distinti, ed era questa divisione netta che permetteva la sopravvivenza della famiglia. Una donna che sapeva ‘reggere’ il maso e un uomo che sapeva ‘arare’ erano il binomio di successo proprio in quelle economie di sussistenza quali quelle ladine” (Rasom 2010).
La presenza maschile era però simbolicamente molto forte, la società era patriarcale e da questo non si sfuggiva, e nonostante le sue assenze per i lavori stagionali, il suo ruolo di “capofamiglia” quando ritornava in valle, era ben esercitato.
Luciana Palla è una storica ladina e nel corso dei suoi studi ha intervistato molte donne che hanno vissuto a cavallo fra Otto e Novecento. Dalle sue ricerche si ha la conferma, semmai ne avessimo avuto bisogno, che la situazione delle donne era complessa. Da un lato era indispensabile per la sopravvivenza del nucleo familiare, dall’altra la possibilità di ribellarsi, o anche semplicemente di decidere, non era contemplata (Rasom 2010).

I primi passi
Con gli uomini lontano da casa per seguire i lavori stagionali è la donna che deve pensare al sostentamento della famiglia. Dar da mangiare ai figli è una priorità ma con il cibo che non c’è questo è un grande problema. Con il primo turismo c’è la possibilità di andare a lavorare nei primi alberghi e rifugi e le madri che riescono a cogliere l’occasione, non se la lasciano sfuggire.
Il Vajolet è uno dei rifugi che per la sua posizione strategica al centro del Catinaccio lavora molto bene fin dall’apertura. È dato in gestione dall’Alpenverein di Lipsia alla famiglia Rizzi di Pera. Di fatto lo gestisce Maria Rizzi (nipote del Rizzi che aveva costruito il primo albergo in val di Fassa), e vicina di casa di Maria Piaz. È Maria Piaz con le sue stesse parole che ci fa entrare nell’ambiente di questi anni. Siamo agli inizi del ‘900.
“Non fu certo una passeggiata turistica quella che mi portò, nel lontano 29 giugno 1902, a raggiungere per la prima volta nella mia vita, quel passo Pordoi che mi doveva avvincere in seguito per sempre. Avevo 25 anni e tre miei figli gravavano in maniera quasi insostenibile sul bilancio famigliare, che mio marito non riusciva a far quadrare.
Il turismo allora era ai primissimi albori – di località veramente frequentate non c’era che il Vajolet, affidato al buon Tonele de Salin, la cui figlia Marietta, che in seguito doveva divenire mia cognata, faceva miracoli lassù esibendosi quale cuoca, cameriera e lavapiatti-.” Marietta offre a Maria l’opportunità di lavorare al Vajolet come cuoca nell’estate del 1902. Le avrebbe dato “30 corone al mese” e l’opportunità di tenere un maiale da allevare con gli avanzi del rifugio. È per acquistare il maialino che Maria si reca a Livinallongo e quel 29 giugno passa al Passo Pordoi (Palla 2007).
“Partimmo dunque alle due del mattino del 29 giugno 1902, mio padre, allora di 63 anni ed io, diretti ad Arabba. Raggiungemmo Canazei che albeggiava. Poi affrontammo la salita del Pordoi per la cosiddetta ‘Strada vegia’. Che fatica per me! Mio padre, per incoraggiarmi, mi prometteva che una volta raggiunto ‘el larsc’ – il larice – un contorto quanto gigantesco larice situato poco sotto l’attuale cantoniera ed oggi ancora sfidante le bufere di lassù, arrivati al “larsc” si saremmo riposati ed avremmo mangiato qualche cosa – ‘mingol de pan’, che altro allora non si conosceva. E così fu. Poi proseguimmo a passo sempre maggiormente rallentato a cagione della stanchezza che mi prostrava.
Ma quando ci avvicinammo al valico dalla cui parte opposta nel frattempo un trionfo di sole era venuto ad invadere tutta la zona di Livinallongo, e me sconosciuta; quando cominciammo ad intravedere la catena del Padon, quando finalmente raggiungemmo il punto culminante, in quel momento fu per me come se si fosse rilevato ai miei occhi un mondo nuovo di una bellezza mai sospettata. Che bello! L’impressione di quel momento è ancora viva in me, dopo 55 anni!” (Palla, 2007).
Maria Piaz rimane affascinata dalla bellezza del luogo. Lei e il padre si siedono davanti a una “baracca” di legno e riposano: “nel silenzio più assoluto. Un trionfo di sole ci accarezzava”. Poi prosegue per Arabba. Non trova i maialini ma solo un vitellino. Lo compra e lo conduce in val di Fassa per rivederlo e poter finalmente comprare i maialini da allevare. Un’altra faticaccia. Al passo Pordoi incrociano il proprietario della baracca che la offre al padre di Maria. Il padre non vuole ma Maria insiste e convince il padre a prenderla in affitto lei. Il padre cede a patto che Maria la prenda insieme con un socio. I fatti poi portano il socio a ritirarsi e Maria inizia la sua avventura. Lascia i due figli più piccoli a una signora del paese, chiede alla cugina Angela di andare con lei e con il figlio di sei anni, Francesco, e un carro con poche cose, il 4 luglio inizia un’avventura che durerà fino agli anni ’70.

Maria Piaz, “la Mare del Pordoi” (1877-1971)
La vita di Maria Piaz è interessante e assolutamente diversa da quella delle donne di allora in valle, una vita intessuta di vicende dolorose e faticose ma anche di tante soddisfazioni. Maria ha aperto il primo rifugio privato ed era una donna; ha sperimentato il campo d’internamento durante la prima guerra mondiale, durante il fascismo ha avuto diverse difficoltà per la realizzazione e la gestione degli alberghi al Passo Pordoi (la famiglia di Maria, in particolare il fratello Tita, è fra le poche in valle a fare politica attiva: prima vicino alle correnti irredentiste e poi dichiaratamente antifascista); durante l’occupazione da parte dell’esercito tedesco (la val di Fassa era zona di operazione militare dell’Alpenvorland) il suo albergo viene confiscato, le tocca il lutto di un’amatissima nipote di dieci anni...
Maria Piaz ha perseverato nel suo intento. Ha sempre creduto nel turismo, anche quando i numeri e i guadagni erano minimi. Ha saputo sfruttare le opportunità che nascevano anno dopo anno, era convinta che quella era la carta su cui bisognava puntare ed è stata fedele a questo fino alla fine della sua vita. Maria Piaz è riuscita a dar vita alla prima, grande impresa turistica in val di Fassa.
Maria Piaz è stata una donna che ha avuto tanto coraggio. Il coraggio di crederci, di sapere dentro di sé che sì, funzionerà, ed è qualcosa che accomuna, insieme all’intraprendenza, molte storie di successo e di emancipazione delle donne di Fassa. È indubbio che il turismo sia stato il canale privilegiato attraverso il quale è passato il processo di emancipazione della donna fassana.
Molte delle decisioni di Maria Piaz sono state scelte controcorrente. Prende in gestione nonostante il parere contrario del padre, una baracca di legno al passo Pordoi, vi ci entra il primo giorno da sola insieme alla cugina e al figlioletto maggiore. Si arrangia in tutto e per tutto. Impara a confrontarsi con uomini e donne, turisti e operai, dipendenti e regnanti. Anno dopo anno, le sue competenze si rafforzano, può contare sempre più sulle sue idee perché vede che sono giuste e portano denaro.
È anticonformista anche nella vita privata. È la prima donna fassana che allontana il marito di casa, si separa, ed è per quei tempi, una cosa veramente inaudita. È stata una donna che non ha fatto vita pubblica, non ha avuto incarichi e non ha ricoperto posizioni di prestigio. Chi l’ha conosciuta, la ricorda persona schiva e senza fronzoli. Anche quando avrebbe potuto permetterselo, non ha mai utilizzato il denaro per soddisfare la sua vanità. Lei stessa ricorda che già anziana, mentre si riposava fuori dal suo albergo al Passo Pordoi, un turista, vedendola, la prese per una bisognosa.
I suoi sogni non erano i vestiti belli o i viaggi o altre cose effimere. Sognava di dare un futuro ai suoi figli e alle famiglie dei figli, ma sognava soprattutto lo sviluppo del turismo: la funivia del Sas Pordoi è stato un sogno che Maria è riuscita a realizzare ancora in vita.

L’eredità della “Mare del Pordoi”
L’ultimogenita di Maria, Lilia Dezulian, ha ricordato la madre, a vent’anni dalla sua scomparsa, con un bel racconto biografico, intitolato ‘L’é dut nia’ (Dezulian 1991). ‘L’é dut nia’ si potrebbe tradurre con ‘nulla conta’. Era una frase che soleva dire Maria e c’è chi, ancora oggi, la ricorda. I più l’hanno interpretata come la ricerca della serenità nelle piccole cose e negli affetti più cari. Conoscendo le avventure e le disavventura della sua vita e leggendo le testimonianze di Maria, scritte e orali, viene da pensare che con quel ‘l’é dut nia’ Maria forse aderiva a quel riflettere in maniera disincantata sulla vita e sulle sofferenze che inevitabilmente fanno parte di essa, come nel libro sapienziale di Qoèlet, autore biblico che costantemente si chiede dove e come e se trovare soddisfazione nella vita terrena.
Franco Dezulian, nipote di Maria, ha raccolto negli anni ’80 la sua testimonianza orale. La voce di Maria ripercorre i primi anni del turismo, quando giovane donna prende in affitto la baracca di legno al passo Pordoi. Nel libro che pubblica l’intervista, sono presenti anche le bellissime lettere che Maria spediva alla famiglia da Katzenau in Austria, luogo dov’era rimasta internata per ben tre anni. La storica Luciana Palla ha curato queste testimonianze e il libro merita di essere letto perché ci permette di conoscere da vicino una persona straordinariamente originale (Palla 2007).
Delle lettere sono deliziosi i saluti con cui abbraccia virtualmente i suoi sei figli: “baci fissi” o “vi abbraccio tutti in un materno amplesso” o “tutti in un amplesso vi stringo al cuore e nel’estasi del desiderio vi bacio ardentemente”. Dalle stesse lettere si legge la determinazione con cui Maria vuole essere madre e educatrice dei suoi figli, pur nella lontananza fisica, pur dall’esilio forzato.
Maria Piaz è rimasta al Pordoi dal 1902 fino agli inizi del 1960. Con lei hanno lavorato nel corso degli anni tantissime donne, molte fassane ma anche delle altre valli ladine e di valli ancora più lontane, la zona del bellunese, o delle valli dell’Avisio. Quanta competenza è stata trasmessa in tutti quegli anni da Maria? Presumo moltissima, la gran parte con l’agire, con il fare. Saperi che si sono trasmessi senza molte parole, in modo naturale, autentico, pratico. Una competenza che si è diffusa senza far rumore, da donna a donna, da gestrice a cameriera, da cameriera ad altra cameriera. Eppure, nelle interviste o nelle testimonianze, la caratteristica che viene più spesso ricordata di Maria era l’attenzione nei riguardi di chi aveva fame. Si racconta che la sera, dopo il servizio, passava e chiedeva a ogni persona alle sue dipendenze se avesse mangiato e se sentisse il bisogno di un ‘piat de supa’ (un piatto di minestra) prima di andare a dormire.

La storia di Mitzi
Il fenomeno dell’emigrazione che coinvolgeva le donne da sposare vedeva molte ragazze spostarsi verso Merano che a cavallo fra Otto e Novecento era una stazione turistica all’avanguardia, come cameriere nei grandi hotel.
Orsola Bernard è una giovane ragazza di Pera ed è in servizio a Merano. Ha una storia con un giovanotto meranese e rimane incinta. I genitori lo scoprono e la malmenano (questo il clima di allora). In valle avere un figlio fuori dal matrimonio (anche se per violenza) era un marchio che segnava tutta la famiglia. I genitori di Orsola sembra siano stati, a sentire la nipote, particolarmente tradizionalisti e poco inclini a manifestazioni affettuose.
Orsola è costretta a lasciare loro la figlia Mitzi che nasce il 12 settembre 1909. La bimba è sveglia, cresce ma ben presto si ribella alla rigidità dei nonni, soprattutto alla fame. Racconta lei stessa di aver rubato un uovo dal pollaio una volta, e un’altra, addirittura dei soldi per comprarsi una cioccolata.
Riesce a convincere la madre a prenderla con sé. È sistemata presso una famiglia di contadini dove Mitzi non ha vita facile. Considerata “walsche” (straniera, italiana) subisce angherie di ogni tipo. La madre ancora una volta la sposta e riesce a portarla con sé all’albergo dove lavora.
Con una determinazione incredibile e sempre con i crampi della fame, Mitzi riesce a studiare (fra l’altro va a scuola con la sorellastra benestante). Diventa parrucchiera, riesce a farsi assumere dallo studio più prestigioso di Merano che aveva botteghe anche a Venezia e a Roma e inizia una vita d’avventura che la porterà infine Roma a pettinare dive, reali e personalità dell’epoca (Greta Garbo, Marlene Dietrich, Edi Lamarr – la prima donna nuda del cinema che fra l’altro era austriaca perciò lei e Mitzi parlano fra loro in tedesco). Mitzi conosce e vive da protagonista la Roma degli anni ’20 e ’30. Per lei è un momento fantastico.
Varie vicissitudini, poi, dopo la seconda guerra, Mitzi ritorna in valle con la famiglia. Compera la casetta che sognava fin da piccola e che da ragazza immaginava trasformare in un bellissimo hotel.
Mitzi è una donna che ha rappresentato tanto per le donne fassane. Come scrive Luciana Detomas, che ha raccolto la sua testimonianza nell’ultimo scorcio della sua lunga vita: “Per il fatto di non avere un padre, o perlomeno non come tutte le altre; poi per il suo carattere forte e determinato che aveva dimostrato fin da piccola, Mitzi può essere inserita nell’elenco delle donne che hanno lasciato un segno in val di Fassa, che ha aperto una nuova strada, che ha scosso e risvegliato una società dove le donne erano abituate a lavorare a testa bassa senza la consapevolezza di quanto importanti fossero” (Detomas 2008).

Gli stenti e la felicità degli inizi. Marta Bernard
Durante le guerre si diffonde la costruzione di alberghi e pensioni nel fondovalle. A Canazei, l’Hotel Bernard, è aperto nel 1932 dalla famiglia di Marta Bernard. Il padre di Marta è di Vigo e conosce la moglie sudtirolese a Merano, dove entrambi lavoravano: lui come cuoco, lei cameriera. I primi anni di matrimonio, con Marta piccolina, gestiscono un albergo nei pressi di Bolzano, poi sono costretti ad andarsene per le continue vessazioni dei militari fascisti.
Marta racconta che a Bolzano erano svegliati dai militari nel cuore della notte, gli ospiti venivano fatti uscire dalle stanze, alle cameriere venivano strappati i denti e fatto bere olio di ricino… Così decidono di andare via e prendono in affitto un piccolo albergo Campestrin mentre risparmiano i soldi per costruire l’Hotel Bernard a Canazei, alcuni chilometri più avanti. Gli inizi non sono facili e Marta li racconta così:
“All’inizio non si lavorava tanto ma ci si accontentava. Tenevamo aperto tutto l’anno e affittavamo 30 letti. Per una notte e un buon pasto chiedevamo 17 lire. Cucinavamo canederli, polenta, grestl, patate, e qualche volta anche frutta e verdura che mio padre comprava nella piccola bottega che gestiva Zilia Pitscheider Rocia e a prendere la carne si andava a Pozza da Lino Gabrielli. Un po’ cresciuta ho iniziato a lavorare in cucina vicino a mio padre che aveva imparato il mestiere di cuoco a Merano; delle stanze si occupava mia madre” (Florian 2011).
Marta rimane orfana a 17 anni, giovanissima prenderà il posto del padre in cucina e con la madre gestirà l’hotel Bernard per tutta la sua vita. Si sposerà, avrà 4 figli, ma si occuperà dell’hotel e del suo sviluppo con determinazione e grande coinvolgimento per moltissimi anni.

I rifugi del Catinaccio. Una conca tutta al femminile
A tutt’oggi la conca del Catinaccio è molto femminile, così com’è stata dagli inizi del suo sviluppo. Fin dalla costruzione il rifugio Vajolet era stato dato a gestire a donne, e via via si sono susseguite tante donne che meritano di essere ricordate. Maria Rizzi (1870-1912)
Maria (Marietta) Rizzi “de Salin” è la prima donna a gestire un rifugio nella conca del Gardeccia. Il padre, Antonio de Salin, proprietario dell’Hotel Rizzi di Pera, lo dà in affido a lei. I Rizzi sono da considerare la prima famiglia di albergatori professionisti. Il bisnonno Antonio aveva costruito il primo vero albergo in val di Fassa nel 1806. Marietta Rizzi sposerà Tita Piaz e diventerà la cognata di Maria Piaz, la “Mare del Pordoi”. Il connubio che vede la moglie della guida alpina essere o diventare gestrice di un rifugio è abbastanza frequente e ha permesso alle donne in diversi casi, in caso di vedovanza, di mantenere la proprietà dell’impresa. Maria muore giovane con tre figlie piccole: Olga, Pia e Carmela. Pia seguirà le orme della madre e, come vedremo, gestirà per tutta la sua vita rifugi, prima il rifugio Re Alberto/Gartl e poi il rifugio Vajolet.
Pia Piaz (1904-1975)
Negli anni ’30 il rifugio Re Alberto, ai piedi delle Torri del Vajolet, è gestito da Pia Piaz, figlia di Maria Rizzi e dunque nipote di Maria Piaz, la Mare del Pordoi. Una nipote di Pia, Annamaria Bernard, ci ricorda che fu proprio la zia a portare i sacchi di cemento dal Vajolet al Gartl per ampliare il rifugio, che poi avrebbe gestito autonomamente fino alla fine della seconda guerra mondiale. Dopo la Seconda guerra Pia prende in mano, sempre da sola, il rifugio Vajolet e lo gestirà fino al 1970. Non abbiamo molte testimonianze scritte di e su Pia, solo tanti ricordi orali di chi l’ha conosciuta o ha lavorato con lei. Dalle foto che disponiamo, possiamo immaginare una donna capace di stare al mondo: suona la chitarra, intrattiene gli ospiti, ride e scherza ma nel frattempo dirige il rifugio che non è piccolo ed è una delle mete maggiormente frequentate nella zona dolomitica. Chiedendo a chi l’ha conosciuta, che cosa era di Pia che la faceva una donna eccezionale, le risposte sono univoche: “ma era una bravissima organizzatrice!” (una manager con la terminologia di oggi). Gestiva da sola dai 17 ai 20 dipendenti ed era sempre piena di energia. Così come Maria Piaz, anche Pia è ricordata come persona generosa e buona. Una persona vivace, schietta, a volte irascibile, ma sempre molto generosa e attenta ai bisogni.
Waltrude Hofer Piaz (1922-2013)
Per molti anni, dagli anni ’50 alla 1987, il rifugio Re Alberto è gestito da un’altra donna. Waltrude, Traudi, moglie di Furio, figlio che Tita Piaz aveva avuto con la seconda moglie (Maria Bernard). Traudi non raccontava molto della sua vita ma i ricordi della miseria dei primi tempi al Gartl erano ben nitidi: “un tavolo e una candela”, così ricorda la nuora. Erano i tempi dopo la seconda guerra e tutto era ricostruire e risistemare. Donne come Traudi hanno preso in mano la situazione e non si sono fatte spaventare.
Traudi Hofer viene dall'Alto Adige, è tedesca, figlia di una famiglia che decide di non optare per la Germania (nel 1939 Hitler e Mussolini si accordano per italianizzare l’Alto Adige e le famiglia tedesche devono decidere se rimanere e italianizzarsi oppure trasferirsi per sempre nei territori austriaci o germanici). Soffrono tutti, chi parte ma anche chi rimane ha vita difficile. Le famiglie che rimangono sono tacciate di tradimento da chi parte e non sono amate dagli italiani che hanno iniziato da poco ad abitare la terra che da secoli è tedesca. Traudi è figlia di una famiglia di “Dableiber” (coloro che decidono di non partire) e si guadagna da vivere dando lezioni di tedesco agli italiani.
All’inizio degli anni ’50 Traudi viene a lavorare come cameriera al rifugio Re Alberto, passato di mano dalla sorella maggiore Pia al fratello minore Furio, entrambi figli di Tita Piaz. Poi Traudi sposerà Furio, e come spesso accadrà in questa zona, il marito morirà e toccherà alla donna portare avanti l’azienda.
Annamaria Bernard (1927)
Vicino al rifugio Vajolet c’è un piccolo rifugio, il Preuss, costruito da Tita Piaz. Nel 1949 lo prende in gestione Annamaria Bernard, figlia di Olga, la primogenita di Tita Piaz. Annamaria rimarrà al rifugio Preuss per 11 estati.
Annamaria è maestra elementare e da ottobre a maggio insegna italiano nelle scuole dell’Alto Adige. L’estate, prende con sé a turno i fratelli, e si trasferisce al rifugio. Annamaria racconta di quegli anni, delle fatiche e del senso d’inadeguatezza che la attanagliava, ma anche della bellezza e della soddisfazione di vedere di riuscire nell'intento. Annamaria ricorda la zia Pia, al vicino rifugio Vajolet, che apriva scatole di minestrone pronto e lei, giovane e coscienziosa, ordinava la carne macinata fresca per fare il ragù fresco. Racconta ancora degli ospiti che per fare pipì rischiavano la vita perché per poterci arrivare si passava sull’orlo di un precipizio: “quanti angeli custodi giravano in quegli anni sopra il Vajolet!”. Ad Annamaria la vita al rifugio piaceva per la piacevolezza delle serate in compagnia, con canti e musiche con veri amanti della montagna. Fra questi, Annamaria trova l’amore e sposandolo si trasferisce a Milano. Gli anni ’60 sono gli anni in cui le donne fassane hanno la possibilità, proprio per il lavoro che svolgono e che le mettono a contatto con uomini non ladini, di uscire dalla valle e non di rado di elevare il loro status sociale.
Maria Rasom Desilvestro (1930-2011)
Poco più sotto, al rifugio Gardeccia, la presenza di Maria Rasom è una presenza silenziosa e operosa. Maria con il marito, Doro Desilvestro, figlio di Giuseppe (questo fra i primi ad aprire in zona un rifugio privato nel 1904) ha gestito il rifugio Gardeccia dalla fine degli anni ’50 fino agli anni ’90. Maria in cucina preparava i pasti: goulasch e strudel, polenta e funghi, fortae e ciajoncie… Anno dopo anno, stagione dopo stagione.
Chi ha frequentato la zona del Gardeccia dagli anni ’50 agli anni ’90 sicuramente ricorda quel viso dolce affacciato alla finestra della cucina che dà sulla terrazza di quella magnifica conca.

Prove di emancipazione. La prima patente
Il movimento dei turisti tocca per forza di cose le tante attività in valle. A Pozza c’è il panettiere che deve rifornire di pane Canazei. A portarlo a Canazei c’è la figlia Anna Pezzei, classe 1915. In inverno lo porta con la slitta trainata dai cavalli e quei pochi che ne hanno ricordo, sostengono che era bellissimo vederla passare lungo l’Avisio!
La strada delle Dolomiti che attraversa la val di Fassa e porta al Passo Pordoi per scendere a Livinallongo e proseguire per Cortina è da poco ultimata (1904). Esiste la possibilità di fare le cose più velocemente e il padre di Anna decide che vista la richiesta, bisogna modernizzarsi. Compra una vecchia camionetta e fa fare la patente alla figlia. La patente è datata 1933, Anna non è neppure maggiorenne!
Il nipote di Anna racconta che poi la camionetta consumava così tanto e quando si rompeva non c’erano i pezzi di ricambio, tanto che era diventato un costo insostenibile. Così Anna smise di guidarla e probabilmente anche di guidare. Molti di noi ricordano Anna commessa alla Famiglia Cooperativa di San Giovanni, ma se avessimo un suo ricordo mentre guida quella scassatissima camionetta, sarebbe stupendo.

Desiderio di sapere. L'istruzione delle donne in val di Fassa.
Fino agli anni ’50 l’istruzione delle donne (e della maggior parte degli uomini) era di tipo elementare. La scuola era obbligatoria per tutti fin dal 1774, anno della riforma teresiana. Non c’era analfabetismo (o ben poco) ma neppure la possibilità per una donna di proseguire gli studi. Le donne che studiavano diventavano perlopiù maestre.
Le prime donne a laurearsi sono di Moena e sono tutte consacrate. Maddalena Dell'Antonio, nata nel 1862 si diploma per l'insegnamento della matematica (siamo ancora Impero Austro-Ungarico) e poi si laurea alla Cattolica di Milano. La seguono, più tardi, suor Anna Sommavilla (1917), suor Maria Defrancesco (1913), suor Canisia, al secolo Maddalena Chiocchetti (1907).
La prima laurea di una donna laica è probabilmente quella di di Carla Zenti nel 1947.
Carla ha la fortuna di frequentare il liceo classico e iscriversi all’università. È il padre di Carla, originario del Veneto, che è sensibile alla cultura delle proprie figlie e le fa studiare. Carla deve interrompere gli studi a causa della seconda guerra ma riesce nel 1947 a discutere la sua tesi. Nonostante il titolo che le avrebbe permesso se non altro l’insegnamento nelle scuole superiori, Carla gestirà per tutta la sua vita insieme al marito l’albergo di famiglia.
“Quei due hanno buttato la laurea in padella”, così commentò una zia. Carla Zenti spiega le sue ragioni: “Per me la laurea è stata un grande arricchimento personale e culturale. Sono molto devota e posso dire di aver curato la mia cultura religiosa. Mi ha aiutata a capire che le culture sono tante e che bisogna conoscere prima di giudicare” (Chiocchetti 2012).
Carla Zenti è stata fra le fortunate. Per molti anni ancora per le donne lo studio è stato considerato un lusso che le famiglie non potevano permettersi. Il turismo aveva aperto una possibilità unica di affrancamento dalla povertà, lo studio che già non era diffuso a livello nazionale, era visto anche in valle perlopiù come una perdita di tempo. Studiare costava e allora bisognava pensare a sopravvivere. Per servire in tavola, si è detto e sentito dire per molti anni, non serve una laurea.
Il desiderio di studiare era diffuso, soprattutto nella generazione nata negli anni ’30 e ’40. Se c’era qualcuno che studiava, allora erano i maschi. Erano questi che potevano accedere ai seminari e anche senza intenzione di diventare preti riuscivano a finire le scuole superiori. Per le donne quest’opportunità non c’era. Del desiderio di studiare e del lavoro che non soddisfa il talento, ci racconta Rina Chiocchetti di Moena:
“Ho frequentato le commerciali, dopo i tre anni di elementari ti davano il diploma, era appena finita la guerra, anzi durante della guerra dal ‘41 al ‘44 c’erano dei professori (immagino sfollati) in valle e ne abbiamo approfittato. Dopo le scuole mi hanno messa subito al lavoro. Il papà aveva il monopolio e così mi hanno ‘confinata’ lì e lì sono rimasta per 60 anni. Facevamo la distribuzione del tabacco per tutta la val di Fassa, facevo conti, conti, conti. Non mi è mai piaciuto. Mi piaceva all’inizio quando venivano a prendersi la merce con l’asino. Poi sono passati a una piccola vettura, e poi sempre più grande e sempre meno tempo. Mi è sempre dispiaciuto non aver potuto studiare ma arrampicare mi ha insegnato che siamo tutti uguali, a sentirmi all’altezza anche vicino a chi aveva due lauree. Quando sei in roccia, in un passaggio difficile e capisci di non farcela, e poi ce la metti tutta e ce la fai, allora capisci che in fondo tutti abbiamo le capacità da tirar fuori al momento giusto e questo è quello che ti serve nella vita” (Gross 2009).

Il turista è un “dono”
Uno dei vantaggi della donna fassana è quello di aver avuto la possibilità di passare dal lavoro, durissimo, dei campi e della stalla, al lavoro nelle imprese turistiche. Anche questo molto faticoso ma molto più remunerativo. Possiamo dire che la donna fassana non ha mai smesso di lavorare, ma non ha conosciuto il lavoro in fabbrica, la perdita improvvisa di competenze e saperi che per molte donne di altre realtà, nazionale ed europee, è stata alienante; la donna fassana non ha vissuto la suddivisione del lavoro e tutte le cose che l’industrializzazione ha cambiato nel mondo delle donne nel corso del Novecento. Così, per molti aspetti, la donna fassana, è stata una donna fortunata. La storia di Maria Ghetta, conosciuta come “Marietta da la pension Vigo” e raccontata dalla figlia e dalle nipoti, è in questo caso molto rappresentativa.
Maria, detta Marietta, è orfana e si sposa giovanissima. È contadina ma stare al sole le provoca svenimenti e non riesce a coltivare il campo e provvedere alla fienagione. I soldi che arrivano in casa sono proprio pochini. Il marito fa quello che può ma non è sufficiente per mantenere la famiglia. Allora inizia ad affittare una stanza e poi due, mandando i figli a dormire in cantina e lei e il marito nel fienile. Passo dopo passo, anno dopo anno, pensa e s’industria. Costruisce una casetta che negli anni amplierà fino a farla diventare un bell’albergo.
Marietta sa cosa significa non poter mettere niente nel piatto dei figli e sa che il turista permette di riempirlo. È consapevole della ricchezza, al di là del guadagno finanziario, e sa riconoscere il dono che le viene offerto. Per questa ragione nutre nei confronti dell’ospite un grande rispetto che è rispetto, nel caso di Marietta e molte della sua generazione, per Dio che ha permesso ciò. In questa prospettiva si comprende il rispetto e l’accoglienza dell’ospite.
Saper ascoltare, capire, comprendere. Bisognava andare incontro alle esigenze dell’ospite ma quello che per noi è ormai scontato, in quegli anni era una continua scoperta e sperimentazione. Non si conosceva, per dirne una, la gastronomia italiana: spaghetti, lasagne e arrosti erano cibi sconosciuti. Pierina racconta che dei clienti avevano chiesto a sua madre, nei primi tempi di attività, di poter mangiare delle lasagne. “Lasagne? Mioddio! Che cosa saranno mai?”. Decenni dopo Marietta ricordava quei momenti con autoironia ma con la consapevolezza del percorso fatto.
Pierina ricorda ancora l’insegnamento della madre: “Bisognava avere un grande rispetto degli ospiti. Io facevo la cameriera di sala, avrò avuto 17 anni e c’erano tanti ospiti della mia età e ci davamo del tu. Mia madre mi diceva: ‘ricordati che i turisti sono turisti e bisogna avere rispetto, perciò dai del lei a tutti quando sei in sala’” (Rasom 2014a).
Marietta era, come Maria Piaz, una donna che aveva il dono di anticipare i tempi. Un albergatore di Vigo, ricordando Marietta, dice: “Mio padre, albergatore poco più giovane di Marietta, aspettava il fuori stagione per vedere i lavori che avrebbe fatto Marietta e poi l’anno dopo ne seguiva l’esempio”. La nipote racconta, a testimonianza di questo fatto, che la nonna una primavera aveva cambiato tutte le finestre della pensione, sostituendo, le finestre in legno con le più moderne in alluminio, esempio che poi seguirono in tanti (Rasom 2014a).

Altre prove di emancipazione. Teatro e arrampicata
Agli inizi del ‘900 alle donne non è permesso fare teatro. Eppure c’erano donne coraggiose che salivano sul palco. Fra queste troviamo Maria Piaz e la madre. Erano sicuramente coinvolte dal fratello, la leggendaria guida alpina Tita Piaz, che in tutte le sue attività trascinava anche le donne. Tita Piaz amava il teatro e come la sorella Maria era di natura anticonformista. Entrambi anticipavano su tante cose i tempi.
Tita Piaz come guida alpina accompagna le turiste in cima alle montagne, ma ci porta anche le cameriere, le figlie e le nipoti. Si sa che la punta Emma, la via sul Catinaccio aperta nel 1889, è dedicata alla cameriera che lavorava al Vajolet, la Emma che era salita con Tita sulla vetta. Poi c’è una bellissima immagine di Tita che per festeggiare il cinquantesimo della salita su questa vetta, ci sale con una ventina di persone: amici e parenti, donne e bambine.
L’arrampicata si apre lentamente alle donne fassane solo dagli anni ’50. Poche “mosche bianche” come le chiama Rina Chiocchetti e in effetti le donne fassane si contavano sulle dita di una mano (Gross 2009). Rita Casari è fra quelle che da ragazza ha amato la montagna di roccia e ha imparato ad arrampicare di nascosto dalla madre. Le chiedo come giustificasse le uscite. Gli occhi ridono e ammette che alla madre raccontava solo la prima e l’ultima parte dell’escursione. Insomma, la madre sapeva che la figlia arrivava fino ai limiti del bosco ma delle arrampicate in cima alla Stabeler non ha mai saputo nulla. O forse sapeva e stava al gioco di queste prime prove d’emancipazione della figlia?

O sarta o serva. Una via di fuga
C’è nel corso del Novecento una possibilità di avere un lavoro dignitoso, ma è per poche fortunate. È un lavoro di un certo prestigio ed è il lavoro alla “Cooperativa”. La “coprativa” è lo spaccio del paese dove si vende un po’ di tutto ed è una piccola azienda che appartiene alla comunità. A Moena le donne sono impiegate fin dall’inizio del Novecento. I posti erano pochi e così il lavoro alla Cooperativa, destinato a poche fortunate, era molto ambito. Era un lavoro che dava stabilità e paga fissa, assicurazione e contributi. Il lavoro nei campi era l’esatto contrario e imparare a fare la sarta o andare in servizio significava andare via di casa e nessuna se ne andava volentieri. La via di fuga era rappresentata dal lavoro come commessa.
Con la fine della Seconda guerra e i primi turisti italiani, il contatto con la lingua italiana diventa più stretto. L’italiano era la lingua della scuola e dei documenti, ma la lingua dei parlanti era il ladino da secoli. S’imparano parole nuove. Rina Zanoner racconta: “Un’altra volta una signora mi chiese: ‘Ragazzina, mi dai un etto di prosciutto’. Non avevo la più pallida idea di che cosa fosse, per me poteva essere un pesce o un detersivo. Allora corsi in magazzino a chiedere a Maria e lei me lo tagliò con l’affettatrice. Così ho imparato che cos’era il prosciutto”.
E vicino alla lingua, i primi contatti con la cultura italiana: “Una signora mi chiese del cedro ed io non sapevo cosa fosse. Così corsi in magazzino chiedendomi cosa fosse mai questo cedro. Allora iniziai a guardare sugli scaffali. Il direttore mi vide e mi chiese: cosa cerchi? - Cedro! - risposi. - Ma, santiddio, cosa guardi verso l’alto? Credi che il cedro scenda dal cielo?” – così la testimonianza di Maria Felicetti (Nosha Jent, 1999).

Serve, cameriere e puericultrici
Gli anni del Dopoguerra sono difficili. La val di Fassa si trova in una situazione di disagio e povertà, con un tasso molto alto di disoccupazione. Molti sono costretti a emigrare. Molte donne iniziano ad andare in servizio. Si tratta della prima grande migrazione femminile. Alcune vanno in Svizzera, nelle fabbriche, ma le più si spostano nelle grandi città, a Milano, a Roma, una signora di Pozza arriverà addirittura in Canada a fare la governante a una ricca famiglia. I fassani si accontentavano o riuscivano a farcela con la migrazione stagionale, per questa ragione l’Oltreoceano non è mai stato meta di emigrazione per i fassani. Queste donne sono molto apprezzate nelle famiglie borghesi delle grandi città come colf e baby-sitter (‘serve e puericultrici’) e sono, di fatto, molto richieste.
Una bella testimonianza ci viene raccontata da Caterina, Catina Deluca di Pozza, che scopre il mondo e lo porta a casa. Catina era riuscita a frequentare un corso di puericultrice. Era contenta e anche fiera: fare la puericultrice significata avere un bel lavoro, un gradino più in alto delle ‘serve’. I suoi anni in giro per l’Italia li racconta con piacere ma senza nostalgia: “A Bologna sono rimasta 10 mesi e mi sono trovata bene. Mi sono subito affezionata al piccolo che si chiamava Andrea e così non avevo molta nostalgia. Erano ricchi ed io andavo sempre con la signora e il bambino, andavamo al Lido di Venezia. Una volta siamo salite sul “ferry boat” e la signora guidava la macchina dentro la nave… che meraviglia! E al Lido sono salita per la prima volta in ascensore e il ragazzo mi fece fare tre giri prima di farmi scendere: se n’era accorto che per me era una novità.
Dopo sono stata a Verona e poi a Treviso… Poi nel ’56 sono andata a Roma, dove rimasi per sette anni. C’erano due bimbi quando arrivai e altri due sono nati dopo il mio arrivo. Era una famiglia di avvocati e soldi ce n’erano tanti: avevamo la cameriera, la cuoca, l’autista, la guardarobiera… Mia madre a casa si preoccupava e pregava… Prima di andare a Roma le dissi di non preoccuparsi perché i signori di Roma poi vanno sempre a Cortina e così sarei passata a salutarla. Non ne ero sicura invece fu proprio così e quando arrivai a Cortina feci chiamare mia madre al Fritz (telefono di paese, ndr) e poi venni a salutarla. Alloggiavamo al Savoy e prima al Meridiana perché i bambini frequentavano lì la scuola. Pensavo: se mi vedessero i miei a casa!” (Gross 2009).

Gli anni ‘50
Negli anni ’50 il turismo è ancora timido ma qualcosa si muove. La guerra è finita e c’è tanta voglia di ricominciare, tanto entusiasmo. Lina Riz di Campitello è sposata da anni a Pozza. In occasione della redazione del numero di gana dedicato agli anni ’50 ha regalato a ‘gana’ delle bellissime immagini della sua giovinezza, raccontandocela. La famiglia di Lina, come tante in valle, affittava una stanza a turisti e il resto della famiglia si spostava in soffitta o in cantina o nella baita in montagna. Lina lavora al piccolo bar del paese, un lavoro che ama molto per la possibilità di incontrare gente nuova e parlare. Poi c’era la musica, una passione per tanti in valle. Dai ricordi di Lina:
“Era bello lavorare al bar, avevamo la radio con il giradischi e si ascoltava della bella musica, quella che entra nel cuore e che rimane nei ricordi. Un po’ cantavamo, facevamo qualche ballo, un po’ ridevamo… ridevamo molto, anzi, ce n’era un gran bisogno. Tante cose sono cambiate negli anni in cui ritornavano a casa dalla guerra i nostri ragazzi, erano cresciuti o diventati vecchi, a loro sembrava di non conoscere più nessuno. Per noi ragazze era bello passare il tempo così, insieme. Spesso non potevamo andare in giro da sole, non era ben visto, per questo, i momenti di comunità, come il carnevale, facevano un gran bene. Un’altra cosa bella del bar era il fatto di poter conoscere gente che veniva da fuori, molti venivano con le colonie, a giugno e luglio c’erano molti bambini, ad agosto gli adulti. Queste ragazze erano ospiti a casa nostra, perché ad agosto parte della mia famiglia era in montagna e così avevamo posto per affittare una stanza agli ospiti. Allora c’era così bisogno di denaro che pur di affittare si andava a dormire addirittura in cantina (Bertacco 2012). La storia degli inizi è simile per tutte e tutti quelli che hanno cavalcato la prima onda del turismo. Perlopiù le donne hanno iniziato ad affittare una stanza, poi due, poi hanno costruito una piccola casetta con cinque stanze e una cucina, poi un’aggiunta e un’altra aggiunta un altro anno.

Ente Nazionale per l’Addestramento dei Lavoratori del Commercio
Fin dal 1938 il turismo è nelle politiche nazionali. L’Ente Nazionale per l’Addestramento dei Lavoratori del commercio deve promuovere lo sviluppo e il miglioramento dell'istruzione professionale dei lavoratori del commercio. Dipendeva dal Ministero del lavoro e della previdenza sociale, e operava nel campo della formazione professionale, delle attività terziarie nei settori del turismo, in quello alberghiero e dei pubblici esercizi, in quello pubblicitario, della vendita, della moda, dell'igiene e cura della bellezza e in quello del lavoro d'ufficio.
La sede di Trento lancia già nei primi anni ’50 i primi corsi di formazione per cameriere e cuoche. A Pozza parte uno dei primissimi corsi per il Trentino: siamo nel 1953. I corsi si susseguono per diversi anni presso l’Hotel Rosa di Pozza (ora Hotel Trento) e lo frequentano tantissime fassane. Nelle fotografie riconosciamo mamme e zie, vicine di casa e altre paesane. Dentro la panca della cucina di casa è resistito fino ad oggi il quaderno che mia mamma aveva riempito durante il corso. È commovente ma anche particolarmente interessante. Ci sono informazioni su come preparare i cocktail e nozioni di primo soccorso, i tagli della carne e le lezioni di francese: un piccolo bignami per una perfetta cameriera.

Cameriere sì. Manager no?
È interessante notare la miopia di quei tempi, seppur con la scusante che si doveva formare e dare lavoro alla massa. Si organizzavano corsi per cameriere ma nulla si faceva per le donne che già gestivano alberghi, rifugi e ristoranti. E queste non erano poche. Fin dalla metà del ‘900 sono molte le imprese in mano a donne e il loro ruolo era riconosciuto anche socialmente. Sulla carta d’identità di Pia Piaz, rilasciata dal comune di Vigo nel 1941, troviamo scritto che di professione è “albergatrice”. Si può senz’altro dire che queste donne sono state imprenditrici di se stesse.
Dalla metà degli anni ’50 le donne nate negli anni ’30 e ’40 iniziano a lavorare come cameriere negli alberghi che via via si stanno costruendo in valle. Con l’andare degli anni, il matrimonio e i figli e soprattutto l’aumento graduale ma costante dell’afflusso turistico, la manodopera valligiana non basta e a coprire la manodopera arrivano sempre più giovani donne dalla val di Fiemme, da Cembra, Valfloriana, da Falcade e dalla zona bellunese. La val di Fassa accoglie manodopera ed è la prima volta nella sua storia.
L’amore non sta mai a guardare. Diverse di queste si sposeranno con uomini fassani. Molte dopo aver avuto figli continuano a lavorare, spesso “a ore” (coprono i servizi stanze o lavanderia), altre smettono. I tempi del lavoro in albergo non sono compatibili con quelli della famiglia e forse c’è anche il desiderio di dedicarsi alla famiglia. Il ruolo di casalinga arriva così anche nelle valli, e anche questa è una prima volta.

I tempi del lavoro
Lavorare negli alberghi voleva e vuol dire, forse un tempo più di oggigiorno, lavorare da mattina a sera, dalle sette di mattina fino a tarda sera, a volte anche fino a mezzanotte. Non c’erano giornate libere o ore di pausa. Si lavorava veramente tanto. Pia Cassan Rasom, nonostante le fatiche, ricorda quegli anni con nostalgia:
“Ho lavorato all’hotel Rizzi di Pera dal 1955 al 1961: ho fatto stagioni estive e invernali, anche se queste erano brevissime, ma insomma c’era quel che c’era... A me piaceva, mi trovano bene, la signora mi voleva bene, anche se dovevo lavorare dalle 7 di mattina fino alle 11 di sera o quando si finiva, allora non c’erano ore libere ma si stava bene: un po’ perché avevamo bisogno di soldi e poi perché a me è sempre piaciuto lavorare in albergo. All’inizio ero in cucina e poi sono passata in sala, fuori stagione facevo di tutto, sale, camere, a un certo punto portavo anche da mangiare al maiale… La proprietaria non smetteva mai di lavorare, alle 4 di mattina era già sveglia che lavava biancheria. Poi c’era Nino, Itala era seria, che teneva i contatti con i clienti. La sera ci chiedeva sempre: volete qualcosa da mangiare, un panino. Prendetevi qualcosa da bere! Poi, il mangiare… i turisti mangiavano un menu, i proprietari un altro e noi un altro ancora… ma era così allora…” (Rasom 2014b)
Le donne erano abituate a lavorare sodo e la prima generazione ha dato tutta se stessa anche nel turismo. Paola (Paolina) Rasom ha fatto la cuoca per più di 40 anni e altri 20 li ha trascorsi facendo altri lavori. Da sola, con i suoi risparmi, è riuscita a costruire una piccola casetta e ha affittato gli appartamenti fino alla fine della sua lunga vita. Quando le chiesi durante un’intervista quanti anni aveva quando è andata in pensione, mi rispose sorridendo sorniona: “Canche l’é stat ora” (“al momento opportuno”) (Rasom 2012).
Le donne della prima generazione del turismo sono state donne per le quali veniva naturale e scontato lavorare senza misura, senza l’idea di una pensione o di un meritato riposo. C’è un bellissimo filmato di Fiorenzo Perathoner che mostra sua nonna, Maria Piaz, a 80 anni, con un’impresa turistica al massimo e una vita spesa a lavorare e faticare, che invece di sedersi sul prato a prendere il sole, raccoglie il fieno insieme ai figli, nipoti e il personale del suo amato Hotel Maria.

Il turismo di massa e la libertà di scegliere
Negli anni ’70 e ’80 il turismo raggiunge la massa e per l’economia della val di Fassa diventa il settore trainante. Il turismo acquista qualità e consistenza. Aumentano a dismisura gli alberghi, le pensioni, i ristoranti, i residence e di conseguenza i negozi di tutti i generi, dagli alimentari all’abbigliamento. Le proprietarie continuano la loro strada e consolidano le loro attività.
Una bella percentuale di donne nate in questi anni è figlia di donne che gestiscono imprese turistiche. Un’altra bella fetta ha i genitori che lavorano in imprese che ruotano intorno all’economia turistica. Le ragazze nate negli anni ’70 e ’80 fanno parte della prima generazione che conclude quasi in massa le scuole superiori e inizia a studiare all’università. A queste ragazze si aprono le opportunità che alle madri non erano state date: decidere, avere la libertà di scegliere il proprio destino.
La grande sostanziale differenza con le nonne è proprio questa. Per generazioni la donna che nasceva in montagna, lì vi trascorreva la vita, lavorava, partoriva e concludeva la sua vita, con pochissime possibilità di scelta. Le loro nipoti possono studiare, decidere cosa fare della loro vita, andare via o rimanere.
Se questo è il risultato di un processo di emancipazione che ha coinvolto tutte o quasi le donne dell’Occidente, grazie ai movimenti delle donne e al processo di modernizzazione, in val di Fassa questo è stato facilitato dalle possibilità che sono state offerte dal turismo.

Il femminile nel turismo oggi
Con il nuovo secolo, le imprese gestite da donne ormai non si contano più, mentre sono molto meno le donne fassane dipendenti nei servizi alberghieri. Vuoi per lo studio, vuoi per un’emancipazione socio-culturale, le donne fassane sono diventate insegnanti, impiegate nella pubblica amministrazione, libere professioniste. La manodopera del settore alberghiero è pressoché completamente esterna (fanno eccezione forse i lavori svolti da studentesse fassane durante la stagione estiva).
Per molti anni (soprattutto negli anni ’90) sono state le donne sarde a badare a coprire il bisogno, seguite agli inizi del 2000 dalle donne rumene o da altri paesi dell’est.
Negli ultimi tempi sembra sempre più difficile trovare manodopera. Questo in parte si può amputare al fatto che le donne che hanno lavorato in valle hanno acquisito competenze e ora le mettono in atto lì dove hanno casa e cuore, in parte, così alcune testimonianze dirette, per le condizioni di lavoro non sempre rispettose della persona. Così, se l’occasione di cambiamento arriva, nessuna se la fa sfuggire.
Non è difficile immaginare, viste le tristi vicende del mondo, che fra non molto toccherà alle donne africane o provenienti da aree meno ricche o fortunate del mondo svolgere quei lavori che sono appartenuti prima dalle donne ladine, poi trentine, poi venete, sarde, rumene... Ma se il turismo potrà dare anche solo una possibilità di riscatto dalla povertà e una di migliorare le condizioni della donna e della sua famiglia, allora come donne fassane diventa un dovere dare il benvenuto alle prossime donne che lavoreranno nel turismo in valle.


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Rasom Olimpia 2012, Dut canche l’é ora. Paolina Rasom. Articolo apparso su ‘gana18’, (sfogliabile online: www.ganamagazine.it)
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Autora

Olimpia Rasom
Redadora

Cresciuda te Fascia, vive a Busan con chi de ciasa. Me piasc scriver de fémenes, contar sia stories, cognoscer sia vites. Da canche é scomenzà mia enrescida per l dotorat su la eles ladines, no é più lascià lò de scriver con eles. Mete adum ence documentars e reportage per la tv, no demò su la fémenes, e mete a jir picola enrescides e evenc.

Nata e cresciuta in val di Fassa, ora vivo a Bolzano ... >>