Ho detto di sì perché sono cresciuta col senso e col gusto di fare sempre un servizio di volontariato.

Ho detto di sì perché c’erano altre mie care amiche che mi coinvolgevano.

Ho detto di sì perché ho quel sottile senso di colpa verso il mio star bene così stonato verso le difficoltà di tanti altri, come se potessi risollevare le sorti di tante povere persone più sfortunate di me semplicemente offrendo un’ora e mezza del mio tempo settimanale.

Ho detto di sì non del tutto convinta... ormai mi conosco e so che in verità in queste situazioni vorrei essere santa ma sono invece a disagio e inadatta.

Ho detto di sì, e almeno per questo anno, porto avanti l’impegno.

Così tutti i venerdì pomeriggio dalle 5 alle 6.30 con altre persone, di età diverse ma stesso cuore, ci troviamo in una stanza della parrocchia per far finire i compiti del fine settimana a una ventina di bambini delle elementari provenienti da vari paesi del nord Africa, del centro Africa o del Sudamerica. Il rapporto è quasi uno a uno ma ogni volta seguiamo bambini diversi con consegne che vanno dalle addizioni semplici, all’analisi del periodo.

I miei figli hanno smesso da tempo di estrarre dai loro zaini, che sanno di manine colorate e appiccicose e gesso di lavagna, i libri da studiare; è tanto tempo che in casa non scivoliamo su pennarelli senza tappo; e sono anni che non compro a ripetizione gomme da cancellare e temperini; riassaporare questi odori senza l’ansia dei colloqui con le maestre mi fa sentire più nonna che mamma nostalgica. Fortunatamente tabelline e grammatica sono ancora ben salde nella memoria, così come la mia maestra Tiziana che, ovviamente, nel mio cuore ha ancora 20 anni come allora!

La prima volta che sono entrata in questa stanza invasa di zaini e grandi occhioni neri ho chiesto chi avesse bisogno di aiuto, paventando una sicurezza e una padronanza che servivano più a tranquillizzare me che loro. Nel tavolo contro il muro non più bianco ma spoglio c’era una bambina ancora senza assistenza e così mi sono seduta accanto a lei. Minuta minuta, pelle ambra, occhi scuri da principessa dolce e determinata mi guarda sorridente e prendendo subito l’iniziativa dice:

“Ciao io sono Jasmine, e tu chi sei?”

Già, chi sono? A parte il nome non lo so nemmeno io. E cosa ci sto a fare qui in questa confusione di bambini che scalpitano per andare a correre e giocare dopo 8 ore di scuola.

”Io sono Benedetta. Che bel nome hai!” Mi sento il lupo di Cappuccetto Rosso ma sono sincera. “Cosa devi fare oggi di compiti?”

Risposta: “ Lo sai che lunedì andiamo dal Presidente della Repubblica ? Sono emozionata...”

Gli occhi cercano di immaginare: “ Povero... so che lavora tanto, e io vorrei fargli un regalo per il suo lavoro! Ho comprato questo quaderno perché secondo me ha tante cose da scrivere. Secondo te posso farlo?”

Sono commossa, spiazzata.

“Certo che puoi! Però secondo me è più contento se gli scrivi una dedica, lui incontra tante persone e così si ricorda di te!”

“Ma no, dai, la dedica non importa, è lo stesso, ha tanto da fare, io però ci provo! Spero che la maestra me lo lasci fare!”.

Lo spero tanto anche io, sarebbe un vero delitto uccidere questa purezza, sarebbe una cicatrice invece che un arcobaleno.

Col sorriso di una grande speranza emozionata apre il suo diario e ritorna alla realtà presente.

“Devo fare matematica e italiano, mi aiuti?”

Mi fissa per capire se si può fidare di me, evidentemente è chiaro che non sono un’ insegnante e lei i compiti li vuole fare bene, a quel punto sono io a sentirmi piccola piccola, almeno il mio cuore è più piccolo del suo: non ho mai pensato alla innegabile fatica di Mattarella! Mi chiedo anche quanti bambini dalla pelle delicata al sole cresciuti a pizza e merendine abbiano la stessa preoccupazione.

Jasmine è più veloce di me, snocciola divisioni con la prova e ripete grammatica senza darmi la soddisfazione di aiutarla, ma è un vero sollievo anche perché mi rendo drammaticamente conto che i metodi sono ben cambiati dalla maestra Tiziana così come dalle maestre dei miei figli e mi rendo conto che rischio di fare più confusione che altro.

Intanto che la bimba svolge il suo lavoro alzo lo sguardo e osservo la sala e mi rendo conto che le dinamiche tra i bambini invece sono innate: mi presti i colori? Ma ce li hai già! Mi presti la gomma? Va bene ma non sporcarla. Lo sai che Tizio ha detto. Lo sai che Tizia non ha fatto. Lo sai che la mia maestra... Mi dai un pezzo di merenda? Sono stanca vorrei giocare... Lo sai che farò una festa di compleanno e sto scrivendo i biglietti di invito?

E così tra un riporto e un avverbio passa il tempo e Jasmine finisce tutto senza che io abbia avuto un ruolo fondamentale, se non starle vicino e non farla sentire sola. Arriva il papà a prenderla e fuori è già buio. Nel suo italiano impreciso si assicura che sia stata brava, che abbia fatto tutto, perché, mi dice, loro a casa non possono aiutarla ed è importante andare bene a scuola. Ora capisco lo sguardo determinato e autorevole della bambina, la sorridente serietà, il senso del dovere fatto bene perché è così che si fa punto e basta.

Autora

Benedetta Bernard
collaboratrice

Nata e cresciuta in una piccola e bella città di provincia ho nonni e genitori che vengono da posti diversi, infatti in me scorre sangue ladino, veneto, lombardo, romano e sardo e ne sono orgogliosa! Questa condizione mi ha abituata all'importanza dell'avere orizzonti larghi, a voler scoprire e capire diverse abitudini e sensibilità.
Sono stata educata col senso del bello anche nelle piccole cose