Parleremo di un libro che ha già vinto il Pulitzer, già recensito e citato milioni di volte, quindi noi possiamo dirne quello che vogliamo.
Solo una nota da prendere come dato di fatto (a meno che non siate un vero surfista, e in questo caso wow): non sappiamo nulla del surf. E anche voi che come me credete di avere un’idea a riguardo perché siete riusciti a stare in piedi due volte su una tavola –seppure in uno spot di grande rispetto- non illudetevi di capirne qualcosa.
A questo punto romperemo con grande gioia la regola per la quale si può parlare di un libro solo dopo averlo letto ed esaminato con cura e finiremo a bighellonare unicamente sulle impressioni del primo capitolo. È chiaro a tutti che per raggiungere dei livelli decenti di formazione è necessario seguire un metodo, ma qui non parliamo di questo. In fondo, perché non sarebbe concesso dibattere sulle poche righe di un testo? Vorrei smettessimo insieme di fare i primi della classe. Per una volta, sarebbe bellissimo fermarsi a vedere cosa succede in quello spazio che si apre quando incontriamo due vocaboli che ci colpiscono senza motivo; prendiamocelo questo lusso anarchico, questa sì che è scrittura!
Se, come dice Giuseppe Pontiggia, scrivere non è ricordare ma inventare, trovare quello che non si sapeva esistesse e magari abitava dentro di noi, lo stesso dovrebbe essere per chi legge. Se in due righe ci imbattiamo in quello che non sapevamo di noi, beh, è il momento di fermarsi un secondo, respirare e lasciarsi portare nel mondo che non è saputo. Vedere insomma dove ci conduce quella fessura che si è dischiusa all’improvviso dentro l’apparente nulla di una parola.
“Giorni selvaggi
” è una sorta di biografia che racconta la vita dell’autore -per l’appunto un surfista- sulle onde di tutto il mondo. “Diamond Head”, il nostro primo capitolo, narra del suo approdo alle Hawaii (aka il tempio del surf) e di quando, trasferitosi con la famiglia, decise che le sue giornate si sarebbero svolte come quelle dei surfisti ritratti sui poster appesi nella cameretta di Los Angeles: solo onde. William Finnegan deve averci visto il mondo in quelle fotografie.
“Allora, cosa c’era dentro quelle immagini, Bill?” verrebbe da chiedergli cinquant’anni dopo davanti a una birra ghiacciata. Forse, con uno sguardo rivelatore, si farebbe una semplice risata risoluta, ma sta di fatto che quei racconti di vita sulle coste oceaniche, scritti con gli occhi pieni di ardore di un tredicenne senza fronzoli, hanno davvero qualcosa di barbarico.
Nel malloppo cartaceo risuonano con frequenza rilassata e disarmante una serie di aggettivi e descrizioni tanto illogiche quanto materialmente vere. Si sente parlare di personalità dell’onda, di eleganza nei movimenti, di bellezza fugace, di armonia nello stile e poi ancora di velocità, rischio, tecnica, paura e sensualità; c’è una realtà tangibile in queste prime settanta pagine, una concretezza piena zeppa di fessure -quindi parole- nelle quali immergersi. Siamo come sedotti da una deviazione che improvvisamente ci trascinerà dentro l’ignoto, sarà l’oggettività stessa a persuaderci, a farci venir voglia di entrare nelle sue retrovie, e poi, ci sentiremo come dentro la giungla. È questo che emerge, sta a noi; non c’è nulla di razionale in ciò che ci piace, non c’è geografia capace di indicare come e dove si collochi il momento di magia all’interno della quotidianità. Questo è Diamond Head. Abbiamo davanti la fermezza espressa in azione della proiezione di un’immagine personale, senza troppe spiegazioni o giri di parole.
Forse lo troverete persino noioso; cosa ce ne frega di sapere dove si frange un’onda per fare un buon takeoff in una zona sperduta delle Hawaii? Ce ne frega. Va da sé che proprio dove si pensa non ci sia nulla invece c’è tutto, e vale un po’ il discorso kafkiano: i sentieri si costruiscono strada facendo. Andando avanti il libro parlerà sicuramente di tanto altro ma per ora non importa. Abbiamo un esempio di come rendere fruibile la nostra realtà, di come usarla senza inciampare nel timore di sentirci vivi.
Alla fine le parole sono uno strumento con il quale poterci scoprire: siamo liberi di smascherare noi stessi dentro un incognito riverbero, lasciandoci trasportare dall’estensione della nostra onda personale alla scoperta di uno spettacolare flow.

Autora

Cinzia Pistoia
colaboradora

Se la comunicazione deve essere inclusiva, non potrei mai pensare di chiudere il tutto su una immagine (o su nessuna) solo perché c'è troppo da osservare o troppo poco da considerare. La rappresentazione è in fondo una nuova presentazione e, probabilmente, c'è molto che può essere reso di nuovo presente ad un occhio annoiato. Sono sempre alla ricerca di una possibilità... >>