La New York Public Library, questa estate, ha messo sulla piazza dei social “Insta Novels”, un progetto che porta i grandi classici della letteratura espressamente dentro le Instagram Stories. Senza troppa fatica ci arriveranno dritti dritti sulla schermata Alice nel Paese delle Meraviglie di Lewis Carroll, La carta da parati gialla di Charlotte Perkins Gilman e La Metamorfosi di Franz Kafka. Tutto da copione social; grafiche nuove, design studiato, suddivisione in puntate e parecchia suspance.

L’account è @nypl e in contesti come questi l’associazione delle parole “biblioteca” e “pubblica” suona male perché sembra fuori luogo. Siamo abituati a separare “lettura” da “comunicazione” “tecnologia” da “cultura”, “innovazione” da “già conosciuto” eppure, come dice lo scienziato Vittorio Loreto, il nuovo si raggiunge per mezzo delle cose che già conosciamo.

D’un tratto tutto sembra più fusion; più esteso, più carismatico e, grazie al cielo, non circoscritto. Capita continuamente che i nostri muri, le convinzioni e le grandi certezze crollino e per fortuna accade senza fronzoli: tutti noi abbiamo bisogno di storie. Per questo motivo un libro su Instagram non è così trash come potrebbe sembrare, un libro su Instagram, oggi, porta con sé l’effetto della scena che farebbe un dipendente della nypl mentre si mette a tirar giù dagli scaffali selvaggiamente più libri che può, sbattendoli con due mani sul tavolo dicendo con forza: “ma diamine, usatele queste storie!!”. Un libro su Instagram oggi è semplicemente fruibile, il fatto che lo si trovi su una schermata è solo perché la gente oggi usa gli smartphone e non le biblioteche. In pratica, se l’utente non va in biblioteca la biblioteca va dall’utente, tutto qui. Quello che cambia allora non è il contenuto ma il modo in cui esso è utilizzato, siamo di nuovo a quel discorso di saper usare le cose a proprio favore.

Così arriva la domandona; che idea c’è della tecnologia nella contemporaneità? Come vengono utilizzati gli strumenti di innovazione a favore di una comunicazione efficace della cultura?

Molta dell'informazione passa oggi attraverso canali di comunicazione multimediali, rendendo obsoleti i modelli di comunicazione tradizionali, ci dice Giulia Alonzo, il mezzo tecnologico è non solo la principale chiave di accesso all'interpretazione del contemporaneo, ma diventa anche strumento per la creazione di cultura del domani. Dall'arte visiva a quella performativa, ogni epoca ha avuto artisti che si misuravano con il linguaggio a loro contemporaneo per raccontare il presente, e anche oggi molti usano i mezzi tecnologici a noi familiari per narrare il nostro.

Ormai la tecnologia è uno strumento di comunicazione indispensabile, concorda Letizia Ragaglia, rammentando però l’importanza di mantenere una coniugazione solida fra questo strumento e il contatto diretto fra le persone. Ne apprezzo i vantaggi prosegue, ma non sono mai stata una “fanatica”. Ho sempre preferito il contatto personale e questo si riflette anche nella quotidianità del mio lavoro. A Museion diamo infatti molta importanza al contatto diretto con le persone in tutti gli ambiti di attività, dalla mediazione all'accoglienza al pubblico, ma anche nel lavoro dietro le quinte, nei rapporti con gli artisti e le artiste con cui collaboriamo.

Dare importanza al rapporto personale non vuol dire, naturalmente, dimenticare l’epoca in cui viviamo. Per Museion, la tecnologia è un mezzo in più per raggiungere nuovi pubblici, grazie a nuovi canali e strumenti di comunicazione. Come museo d'arte contemporanea abbiamo attivi 8 canali social (e siamo il Museo con più follower su Facebook in Alto Adige e il primo ad offrire uno shop online).

Quali progetti di futuro possono esserci quindi all’interno della piattaforma culturale e come vengono coltivati oggi?

Il vero nodo è l'uso della tecnologia per la trasmissione di saperi rimarca Alonzo, Il rischio più forte oggi è la divulgazione orizzontale della cultura, priva di approfondimenti, priva di responsabilità e appiattita su un eterno presente. Forse il punto è come riappropriarsi di una cultura “partigiana” nell'era digitale. Nel suo libro scritto con Oliviero Ponte di Pino, Dioniso e la Nuvola (edito Franco Angeli) l’intento era proprio questo. Abbiamo cercato di dare degli stimoli non tanto agli artisti ma ai mediatori culturali, curiosi studiosi capaci di rompere le bolle omofiliche, che i social network tendono a implementare, e di orientare i fruitori nell'immensa produzione artistica contemporanea spiega.

Anche Trovafestival si muove in questa direzione prosegue, c'è la tendenza oggi a creare la propria arte senza confrontarsi con il mondo. Abbiamo raccolto su una mappa i festival culturali, arte, cinema, danza, editoria, musica, teatro..., a ora circa 850 in Italia, dando la possibilità di vedere cosa accade all'interno di un territorio, constatare la produzione e il fermento culturale di una specifica area geografica, innestando così il dialogo e la collaborazione tra produttori, festival, attività locali e pubblico. Anche questa è un'attività per cercare di rompere le bolle nelle quali il digitale ci racchiude. Lo stesso si può fare anche all’interno dei sistemi museali, dove i sistemi di comunicazione possono diventare estremamente dinamici e flessibili alle esigenze dell’utente contemporaneo.

A Museion, abbiamo per esempio appena pubblicato Pierrot, spiega Ragaglia, un chatbot trilingue con cui è possibile entrare in contatto con noi tramite Facebook Messenger a qualsiasi ora e latitudine, chiedendo informazioni sulle mostre, eventi, e la collezione e con la possibilità di stampare un poster dell’opera preferita. In questo modo cerchiamo di sfruttare la tecnologia per avvicinare e coinvolgere una volta di più visitatori e visitatrici di tutte le età e interessi.

Allora ecco che tutto ci si concede in modo diverso, non c’è niente di più iconico che questo: la tecnologia, come tante cose prima di essa, ci porta come davanti al ticket office di un’altra visione.

Autora

Cinzia Pistoia
colaboradora

Se la comunicazione deve essere inclusiva, non potrei mai pensare di chiudere il tutto su una immagine (o su nessuna) solo perché c'è troppo da osservare o troppo poco da considerare. La rappresentazione è in fondo una nuova presentazione e, probabilmente, c'è molto che può essere reso di nuovo presente ad un occhio annoiato. Sono sempre alla ricerca di una possibilità... >>