Gli esordi del turismo
Nonostante l'isolamento geografico in cui venne a trovarsi la val di Fassa sino alla costruzione della strada delle Dolomiti agli inizi del Novecento, le frequentazioni della valle erano numerose per quei tempi: non si può certo pensare ad una popolazione fassana chiusa in se stessa senza contatti con l'esterno. Per questo forse fu possibile a Maria Piaz Dezulian (1877-1971), poco più che ventenne, progettare l'utilizzo di una baracca sul Passo Pordoi per farvi un posto di ristoro nell'estate del 1902, dando così inizio ad una fortunata valorizzazione del valico; per questo poté crescere ed abitare nella valle una personalità come Tita Piaz (1879-1948), uno dei primi "operatori turistici" moderni della Val di Fassa. Ma queste figure ormai divenute storiche erano solo la punta di un iceberg, l'espressione di un clima culturale che stava pian piano mutando. Pur rimanendo la val di Fassa sostanzialmente zona di emigrazione e di economia agro-pastorale, nella seconda metà dell'Ottocento Campitello "era divenuta una stazione alpinistica di prima grandezza nelle Dolomiti"e nel 1882 godeva, primo esempio in tutto il Trentino, di un gruppo di guide alpine organizzate, con un regolamento interno approvato dalle autorità competenti.
Nell'estate del 1914 erano in funzione in tutta la zona, compresi Moena e il Passo San Pellegrino, 23 tra alberghi e locande, e 15 rifugi. Il "sogno" fassano di una nuova impronta economica della valle non più così dipendente dall’emigrazione stagionale, brutalmente interrotto dallo scoppio della grande guerra che azzerò tale nuova fonte di guadagno, era certo legato alla congiuntura favorevole di cui era simbolo l'apertura della strada delle Dolomiti, ma non avrebbe potuto essere coltivato se una mentalità aperta a nuove possibilità di vita non fosse stata già attiva nelle popolazioni, facendole credere in una possibilità di cambiamento.

Nel primo dopoguerra
Alla fine della prima guerra la crisi economica aveva colpito anche la Val di Fassa, interrompendo tra l’altro completamente il flusso turistico dal nord. Eppure già nel 1919, a meno di un anno dalla fine del conflitto, in Val di Fassa alcune case alberghiere avevano ripreso a funzionare, e altre strutture a poco a poco sorsero in risposta alle nuove esigenze del flusso estivo di turisti italiani, meno benestanti ma più numerosi. Gli albergatori erano contemporaneamente anche contadini, piccoli allevatori, e così pure le guide alpine.
Nel 1926 il turismo figurava in valle al primo posto come fonte di reddito, sorpassando gli introiti dell’emigrazione stagionale che fino al 1914 avevano costituito l’entrata principale. La nuova edilizia alberghiera ed extra-alberghiera destinata ad accogliere gli ospiti, più modesta rispetto ai grandi e pretenziosi alberghi dell'anteguerra, era gestita da locali, ed aveva stimolato una certa vitalità anche nel settore artigianale estendendo ad altre professioni la spinta propulsiva del turismo.
Che i tempi stessero pian piano cambiando, lo rivelano le osservazioni sulla morale che si possono leggere nei questionari compilati dai curatori d’anime in occasione della visita pastorale che si tenne in Val di Fassa nella prima settimana di giugno 1924.
Era fuor di dubbio, rilevavano tutti i sacerdoti della valle, che il concorso forestieri più o meno influiva "sulla fisionomia tradizionale della popolazione": esso "ha portato un vantaggio materiale - si scriveva con riferimento alla parrocchia di San Giovanni di Fassa - ma un danno morale nel senso, che vengono introdotti i costumi più liberi della città, e certe volte non del tutto decenti; qualche forestiero non soddisfa al precetto festivo".
Nei questionari del 1924 in ogni curazia e parrocchia è segnalato il numero degli emigranti, quasi sempre stagionali, ancora molto numerosi; si temevano però di più i pericoli morali all'interno della valle portati dall'esempio dei forestieri che non gli effetti dell'emigrazione sulla fede e sull'ideologia dei partenti, con i quali, prudenzialmente, ci si teneva il più possibile in contatto durante la loro assenza.
Da queste annotazioni dei curatori d’anime, sempre così attenti ai segnali di mutamento nei comportamenti dei propri parrocchiani, si può dire che non è cambiato ancora molto nelle abitudini dei fassani: nonostante i timori dei membri del clero, il giudizio sulla pratica religiosa è sempre positivo anche per i giovani, non si sono introdotti bisogni e costumi nuovi, se non per qualche ragazza che torna dalla città con "un po' di moda nuova per questi paesi". Molta attenzione viene portata alle persone che hanno la funzione di promuovere lo sviluppo turistico, ad esempio i dirigenti delle "Società di abbellimento", associazioni private nate già a fine Ottocento, che poi si trasformeranno nelle aziende di soggiorno. A Moena - si annotava nel 1926 in occasione della visita pastorale nel decanato di Cavalese - "la società di abbellimento potrebbe col tempo degenerare. Finora entrano a comporla persone di buoni sentimenti". Intorno agli anni 1928-1929 ed in quelli immediatamente successivi ci fu una notevole crescita delle presenze in Val di Fassa e Moena, limitate per la maggior parte alla stagione estiva, anche se negli anni trenta andò via via aumentando pure la frequenza di turisti soprattutto stranieri, appassionati di escursioni di sci-alpinismo con guide locali; infatti solo ad iniziare dal secondo dopoguerra la valle si munirà di impianti di risalita, come le già attrezzatissime località di Cortina d'Ampezzo e delle valli di Gardena e Badia.
Commentava il podestà di Moena nel 1935: "Dall'industria turistica quasi tutte le famiglie del comune, specialmente nel capoluogo e nelle frazioni vicine, sia con la pigione degli appartamenti, sia con l'esercizio di professioni e di commerci alla detta industria inerenti o da essa dipendenti, ritraggono buona parte di quanto loro abbisogna per le necessità della vita". Era ormai chiaro a molti amministratori - come si evince dallo scritto del podestà di Moena appena citato - che il turismo non andava solo a vantaggio degli albergatori, ma metteva in moto altre attività in modo da limitare la necessità di emigrare.
Compito delle aziende autonome di cura, soggiorno e turismo, istituite nel 1927, era quello di predisporre il terreno favorevole al richiamo dei turisti, ma furono sostenute spese anche per opere di interesse collettivo, e che comunque contribuiranno a cambiare le abitudini e le fisionomie dei paesi. Nel 1934 l’Azienda di Canazei sostenne spese per l’illuminazione pubblica e l’asfaltatura delle strade, il finanziamento del campo sportivo a Canazei e la presenza giornaliera del medico in estate, servizi di cui potevano usufruire anche i locali.
L'attività su cui l'azienda di soggiorno di Canazei, insieme all'amministrazione comunale, più insistette negli anni trenta fu l'apertura delle strade in inverno, in primo luogo quella del Passo Costalunga, di collegamento della Val di Fassa con Bolzano, e quindi con la ferrovia del Brennero. Dall'inverno 1934-1935 l'azienda istituì trattative dirette con la SAD per un servizio automobilistico invernale, prima trisettimanale, poi giornaliero, assumendosi il 50% dell'ammontare delle perdite della società.
Queste iniziative portarono ad una rilevante situazione di passività dell'azienda di Canazei, ma contribuirono a far uscire la Val di Fassa dall'isolamento invernale e a creare nuove occasioni di lavoro: squadre di spalatori erano all'opera per aprire le strade, e il turismo dei mesi invernali incentivò l'occupazione di personale negli alberghi, all'epoca soprattutto femminile, comprese le cuoche. Gli uomini erano portatori, facchini, dediti a lavori pesanti, come si arguisce dalle testimonianze del tempo.
Questi cambiamenti, pur ancora così graduali, sono annotati, di nuovo, in occasione della visita pastorale del 1936 nel decanato di Fassa. Proprio da Canazei arrivava l'allarme da parte del viceparroco don Fortunato Rossi, che chiedeva al vescovo "un indirizzo per poter moralizzare l'ambiente alberghiero e specialmente i rifugi": "(...)Oh la povera servitù, ch’è la maggior parte gioventù! (...) Il concorso forestieri e specialmente per il concorso dei tedeschi genera l’amoralismo e la profanazione della Festa. Dai forestieri vengono diffusi romanzi cattivi ed anche scritti da protestanti".
Un giudizio altrettanto lapidario sugli effetti del turismo riguarda la realtà di Campitello, secondo le risposte date al questionario compilato in occasione della visita pastorale dal parroco don Giovanni Hubert: "Il concorso forestieri porta danno: con la moda, con la vita molle, con l'irritare i poveri scialacquando, col nudismo e poi con l'assumere servitù che prende tendenze di lusso della vita. (...) Causa dell'emigrazione: il bisogno per la vita e un po' la mania nelle ragazze".
Si annotava che era anche "lo spirito di novità e di libertà" a spingere i giovani e le ragazze ad allontanarsi dal paese.
Non sempre però i toni erano così allarmistici e negativi verso la realtà turistica di metà anni trenta: pur riconoscendo che "il concorso forestieri ha recato, come dappertutto, dei danni morali riguardo all'onestà dei costumi - annotava il parroco di Pera - generalmente però abbiamo in paese delle ottime famiglie di villeggianti, che sono di buon esempio a tutti. Le poche famiglie che sono arrivate quest'anno [giugno 1936] sono buone...". La maggior parte delle ragazze emigranti - circa una decina su 370 anime - "sono state collocate presso ottime famiglie a Genova, mediante il valido aiuto di un ottimo sacerdote, don Franco Costa". La chiesa si è organizzata, sia intervenendo nella ricerca di famiglie “sicure”, come in questo caso, sia tramite organizzazioni come l'Azione cattolica e, soprattutto, la Protezione della giovane. Le ragazze erano quindi seguite sul piano morale, ma non c'è alcun accenno in questa fonte alla loro condizione lavorativa, allo sfruttamento cui erano spesso sottoposte come "serve", senza limiti di orario di lavoro, con un'alimentazione inadeguata per l'età e per gli sforzi che venivano loro richiesti.
A giudicare dalle testimonianze che oggi ancora si possono ascoltare da donne occupate nel settore del servizio turistico negli anni cinquanta, la salvaguardia dei loro diritti era ben lontana dall'essere messa in atto e la loro condizione lavorativa non era certo migliore nei decenni precedenti. Se nella seconda metà dell'Ottocento c'erano ancora portatrici (troghere), che con delle grandi refe trasportavano a spalla il bagaglio dei siori anche fino a Paneveggio, le doti richieste alle donne in servizio nel periodo fra le due guerre erano pazienza, sottomissione, disponibilità a chinare il capo, grande dedizione al lavoro con incredibile capacità di sopportazione della fatica e dei disagi.
Dalle memorie di Antonia Vanzetta, importante documento relativo all'inverno 1939, da lei trascorso in cima alla Marmolada, nella capanna costruita cinque anni prima dalla SAT e gestita da Francesco Iori, seguiamo giorno per giorno la sua vita lassù, insieme ad una compagna, in mezzo al ghiaccio e alle bufere: ne emerge un quadro incredibile per i disagi che le due ragazze dovevano sopportare, ma anche la loro forza d'animo, la mancanza di autocommiserazione, l'attaccamento alla famiglia, al paese e alle sue tradizioni, la riconoscenza per i loro "padroni", che esse cercano di rendere contenti con il proprio servizio che viene del resto riconosciuto con dei piccoli omaggi.
Antonia, nata nel 1911, non doveva essere un'eccezione fra le ragazze della sua età, cresciute in condizioni di precarietà economica; per esse il lavoro era una necessità per aiutare la famiglia, non certo un mezzo per soddisfare i propri capricci, come sembravano temere alcuni curatori d'anime.