Agostina Zwilling è veneziana ma vive a Verona. Nel tempo è stata stilista e imprenditrice. È artista da sempre ma ora si occupa principalmente di formazione. È esperta di fibre naturali e organiche e il suo obiettivo è di mettere in connessione formazione, creatività, produzione etica, commercializzazione e sensibilizzazione al consumo attraverso la realizzazione di prodotti che abbraccino arte e innovazione (visitate la sua pagina web per vedere queste splendide creazioni: www.italianfeltacademy.it). Con i suoi percorsi formativi vuole creare una cultura del “tessuto innovativo” con la lana organica e fibre naturali. Molte sono le donne che seguono i suoi corsi, in particolare quelle donne che credono in una rinascita personale attraverso la creazione di tessuti eco-concepiti in un’ottica di pratiche umane e umanamente sostenibili. Nella pratica Agostina Zwilling è bravissima a sostenere le donne e a costruire con loro una chiave di volta per la loro esistenza. Nei suoi corsi, oltre a far conoscere e far accrescere le competenze tecniche in tema lana, tessuti organici e tutte le loro declinazioni (filatura, tessitura, tinture), propone un lavoro sulla persona, sulla riscoperta di sé e dei propri desideri. Nel suo lavoro e nelle sue parole è il filo che ci accompagna, soprattutto quello del pensiero che ci appartiene, la necessità e la gioia di dare un senso, a tutto.

… nella formazione è la cosa più interessante, significa dare alla persona la possibilità di capire ciò che utilizza e ciò che fa, di capire il valore. Il valore viene se conosci, se capisci. Se conosci tutti i passaggi di quello che stai pensando e facendo, allora capisci il valore delle cose e il valore di te stessa. Non bisogna chiedere al mercato di restituirti il valore, tu per prima ti riconosci valore, costruisci qualcosa dentro di te.

La ricerca del proprio valore. Faticoso, vero? Personalmente, da trent’anni a questa parte, faccio un cammino controcorrente. Sono una figlia del ‘68 ma ho capito che il ‘68 è stata un’illusione, perché già negli anni 70’ ci avevano oggettizzate usandoci come soldatini sopra una passerella di moda. Avevamo pensato di aver raggiunto una realtà di valorizzazione della nostra esistenza ma nello stesso tempo il capitale ci aveva già tutte relegate ad un ruolo. Si è dato valore al profitto e non al valore del capitale umano. La mia generazione, pensando che fosse da dimenticare, ha svalorizzato la conoscenza del femminile e del femmineo delle madri, delle nonne e delle zie. Certo, c’erano cose che dovevano essere trasformate, lacci che dovevano essere assolutamente sciolti, come la sudditanza per esempio. L’industria negava alle donne di poter figliare, venivano licenziate… Come si poteva fare affinché la donna potesse avere un ruolo, un riconoscimento? Che cosa poteva fare per esprimersi attraverso la maternità ma contemporaneamente anche in un’altra dimensione? Magari più ridotta ma sicuramente più giusta? Voleva dire cercare qualcosa che fosse sostenibile. La sostenibilità è quello che mi permette di avere una vita con un ritmo che mi fa sentire la vita, che mi fa vivere profondamente ogni momento della mia vita. Allora io ho sentito il bisogno di esprimermi nel mio contesto, andando contro corrente, facendo fatica, molta fatica. Erano gli anni in cui c’era la rincorsa a tutti gli elettrodomestici possibili venendo meno a quello che era il valore che poteva passare attraverso la conoscenza femminile.

Di quale contesto parliamo? Io sono di origine veneziana. L’indotto veneziano, come in tanto Veneto, era soprattutto manifatturiero, ma anche laniero. Le donne erano portate a pulire, sgrezzare quello che l’industria aveva iniziato a fare oppure erano addette alla finitura come il tagliare i fili, attaccare le etichette, rifinire gli orli e altro. Poi c’erano donne con delle specializzazioni, delle conoscenze sulla tessitura che venivano valorizzate di più. Erano le donne che facevano i pezzi che andavano poi a integrare il capo o le borse, i cappucci per esempio. Erano donne che venivano considerate di più ma massacrate perché lavorano giorno e notte per avere un minimo di riconoscimento. Poi l’industria manifatturiera è crollata, le donne si sono ritrovate di nuovo a casa e allora bisognava inventarsi, reinventarsi e far ciò la formazione è necessaria. Bisognava ridare la possibilità di individuare le singole capacità di espressione e fare una scelta di vita. Questa è stata la mia luce. Dobbiamo differenziarci, ci siamo perse ma ci stiamo ritrovando.

In che modo? Ora come ora di cosa abbiamo bisogno? Abbiamo bisogno di qualità di vita, vuol dire pensare a quanto puoi crescere migliorando le tue abilità, e avere tutto il tempo che serve per riuscirci. Questo non dipende solo dalla motivazione, che è importante ma non sufficiente, ma dal contesto organizzativo, che deve essere favorevole e valorizzare le persone, investendo su di loro a lungo termine. Se riusciamo a fare questo, riusciremo sicuramente a darci una possibilità di espressione profonda, che darà significato alla nostra vita, una necessità e una possibilità di esprimere il diritto di essere come si desidera essere.

Ce la fanno le donne che si formano nei tuoi corsi a fare ciò?
Sì, anche se la strettoia è oltremodo stretta. Ce la fanno quando non si fanno illusioni, ma pianificano perfettamente tutti gli step che sono necessari per arrivare dentro il mercato, il loro piccolo mercato. Se esci da casa tua per vendere il prodotto devi essere organizzata. Quelle che ce l’hanno fatta posseggono il principio di realtà. Decidono di fare un investimento, non solo emotivo, ma anche organizzativo affrontando aspetti di conoscenza delle proprie capacità e del mercato. È una grande scommessa, no? Prima di tutto, devo decidere, di quanto ho bisogno ogni mese? 100 mi bastano? Allora devo calcolare materie prime, tempo della ricerca, tempo di formazione, competenze, tasse e tutto il resto. Poi seleziono il mio mercato e faccio il prezzo. Il mio prodotto è la somma di tutto. Se io do valore 10 al mio prodotto, non posso scegliere di proporlo su un mercato che ha il potenziale di acquisto di 0,1. Non posso fare questi errori. Non ho sbagliato prodotto, non ho sbagliato idea, ma ho sbagliato il mercato ed è un errore gravissimo. Devo sapere a chi rivolgermi e cercare la mia fetta di mercato. La formazione aiuta molto in questi casi.

Che tipo di formazione? Imparare le tecniche necessarie per produrre non basta. Bisogna investire soprattutto nella conoscenza delle regole che muovono il mercato. La strategia più grande sta nel capire quale sia la mia fetta di mercato e all’interno di questa a chi proporre il mio prodotto. Ora abbiamo a disposizione un mezzo straordinario di vendita. Con un’E-commerce abbiamo la possibilità di raggiungere tutto il mondo, dai cinesi agli hawaiani. L’E-commerce è una vetrina virtuale che necessita non solo del prodotto da far vedere ma di strategie che si possono conoscere attraverso la formazione. Devo formami e devo imparare a gestire, a capire la mia filiera di produzione, e soprattutto la mia filiera di comunicazione. Sì, le donne devono imparare a comunicare. Dico spesso: “Smettete di produrre e iniziate a comunicare. Se saprete comunicare, sarete vincenti!”

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Autora

Olimpia Rasom
Redadora

Cresciuda te Fascia, vive a Busan con chi de ciasa. Me piasc scriver de fémenes, contar sia stories, cognoscer sia vites. Da canche é scomenzà mia enrescida per l dotorat su la eles ladines, no é più lascià lò de scriver con eles. Mete adum ence documentars e reportage per la tv, no demò su la fémenes, e mete a jir picola enrescides e evenc.

Nata e cresciuta in val di Fassa, ora vivo a Bolzano ... >>