Mi sono sempre interessata di didattica e di apprendimento delle lingue straniere. Per scelta non ho mai insegnato nella scuola, preferendo l'ambito accademico, sia in Italia che all'estero, per volermi dedicare di più alla formazione e alla motivazione del discente, piuttosto che alla sua educazione. Un' ulteriore formazione triennale in counseling mi ha fatto porre l'attenzione sul sentire della persona, che è al centro del suo apprendimento. Con il termine sentire intendo tutto quello che riguarda la sfera emotiva e l' influenza sull'apprendimento cognitivo. In questo contesto ho scoperto per caso Arno Stern, guardando il film Alphabet, che mi ha spinto a riflettere sui temi più scottanti della scuola in tutto il mondo: i continui parametri valutativi (sugli alunni e non sui docenti), la sfrenata competizione a discapito della collaborazione, la tendenza ad un sapere nozionistico e all'inevitabile omologazione culturale. Osservando vari percorsi scolastici standard in diverse scuole, credo ci si debba invece orientare maggiormente ad un insegnamento differenziato, per cui ogni discente segue il suo ritmo di apprendimento, impara a conoscere le sue competenze e può considerare di valutare anche il suo corpo docente, raggiungere più consapevolmente risultati di apprendimento importanti, una maggiore autostima e un ritorno a considerare positivamente la figura professionale dell'insegnante.

Se oggigiorno il numero di abbandoni scolastici aumenta è perché la scuola non è più al passo con i nuovi nativi digitali e non risponde concretamente alle domande che pongono i giovani, non garantisce loro una formazione più pratica e competitiva a livello internazionale.

Sono queste le premesse che mi hanno spinta a seguire la formazione da Arno Stern in Svizzera, a Mendrisio, per poter diventare servitore di un closlieu. Lavorare in un closlieu significa permettere ai partecipanti di esprimersi in pittura senza alcuna pressione valutativa esterna, senza seguire canoni di bellezza, apprendendo un proprio modo di essere, più che un saper fare competitivo. Ciò significa che la persona resta per un'ora e mezza in contatto con la propria costanza, la propria osservazione, la propria fermezza, il proprio piacere al gioco con i colori, rispettando una continuità, tornando cioè più volte nel closlieu.

Stern crede molto nella libertà espressiva proprio per il fatto che oggi è sempre più l'adulto che gestisce ed organizza la vita e il tempo libero dei bambini e dei ragazzi, sia l'educatore o il genitore, sia l'allenatore che l'intrattenitore. Il closlieu si offre invece come spazio per potersi organizzare in autonomia con il proprio ritmo e giocare con i colori, quindi imparare a osservare, senza che ci siano temi proposti, senza dover convincere qualcuno delle proprie abilità, potendosi piacevolmente scoprire in questo essere se stessi. Non è facile abituarsi a restare davanti a un foglio, sul quale magari inizia una storia lunghissima su più fogli, ma si può imparare. Ciò può aiutare anche nello studio.

In contrapposizione all'attuale società dell'avere, “nel closlieu si impara a essere, si possono realizzare delle tracce della propria memoria organica, che è un codice spontaneo, ma non accidentale, che possediamo tutti noi, da 0 a 99 anni”.

Nel closlieu non c'è fretta, non c'è competizione, i gruppi sono eterogenei, si impara a stare insieme ad altri e con il pennello in mano si torna a essere, senza lo scopo di imparare il bel disegno.
I piccoli imparano a stare insieme anche con adulti, tutti imparano a considerarsi nell'attesa paziente del proprio turno, condividono la tavolozza di 18 colori, si rispettano nel prendere e deporre bene i pennelli a disposizione, chiedono l'assistenza del servitore: queste sono solo alcune delle abilità che si apprendono nel closlieu, oltre a stimolare la propria concentrazione, la propria fantasia, restando in gruppo e operando in autonomia.

Ora definisco il ruolo del servitore: accoglie i partecipanti e predispone i fogli nel modo adeguato, osserva se qualcuno all'opera ha bisogno di assistenza, resta a disposizione senza interferire sull'opera, senza mai giudicarla, con i suoi attrezzi (salva goccia, acqua, sgabelli, puntine). A lavoro finito il servitore archivia il disegno dopo l'asciugatura. Se la volta successiva la persona ritorna per dipingere e vuole continuare la storia, può richiedere il foglio e appenderlo alla parete, se questo fa parte di una grande composizione, o altrimenti viene trattenuto nel closlieu in teche di tela con il nome della persona.

Il closlieu non è quindi un luogo dove si impara un metodo didattico, né una terapia, ma è “il rinchiudersi liberatorio“, un luogo utile per dedicarsi al gioco del dipingere e all'espressione che rende liberi.

Solo dopo aver conosciuto personalmente Arno Stern, aver sentito le sue conferenze e la sua opinione sull'educazione, aver letto i suoi libri “Il gioco del dipingere”, “I bambini senza età”, mi sono convinta della necessità di operare con questa consapevolezza espressiva, dando spazio alla libertà e alla curiosità della persona. Lo stesso Arno parla di “un'irragionevole necessità che si impone alla mano nel dipingere nel closlieu”(2) e ciò l' ho potuto sperimentare personalmente.

A Parigi Stern ha aperto il suo primo closlieu nel 1949 e nel 1985 ha creato l'Istituto di Ricerca in Semiologia dell'Espressione per studiare quella “manifestazione fiorente, autonoma, caratterizzata da fenomeni assolutamente universali” e che diventa un messaggio alla scuola, “affinché essa sia non più il luogo dell'oppressione inconsapevole di questi impulsi naturali e delle ricche possibilità che sono nel bambino”

A mio parere la biografia di Stern ha sicuramente contribuito al formarsi di questo suo principio educativo, che si diffonde nella società dell'oggi sempre con maggior risonanza. Stern, che non ha mandato i suoi figli a scuola, è convinto che si debba vivere con i pori aperti per crescere senza una cultura indotta e classificata. Bisogna lasciare fluire la curiosità di ciascuno verso gli stimoli che ci portano alla conoscenza, e non viceversa, per essere liberi di poter sapere quello di cui abbiamo bisogno.

Analogamente si propone Manu, la cooperativa sociale di Bolzano, in Via S. Quirino, che offre alcuni laboratori manuali aperti alla cittadinanza: il closlieu, legno, vetro, encaustic, feltro, cucina e tanto altro. Torniamo a fare quindi manualmente le cose da noi stessi, per riuscire a trovare le risposte ai molti quesiti di oggi.

Autora

Francesca Mantovano
Culaboradeura

nata a Bolzano nel 1963 studia Lingue e Letterature straniere a Verona e a Milano. Dal 1988 al 1996 risiede e lavora in Germania, prima a Monaco di Baviera e poi ad Amburgo, dove insegna in qualità di lettrice di italiano settoriale (LSP) all'Università Statale. Pubblica il testo didattico L'Italiano dell'arte, ed. Guerra (1996).
Dal 1999 insegna la lingua e la cultura italiana come libera professionista ... >>